Viterbo – Egregio presidente Zingaretti, a proposito dell’amaro caso della Torre Pasolini messa in vendita, la prego, voglia tener presenti alcune semplici questioni.
La prima. Da queste parti – voglio dire: nella Tuscia – c’è gente che ancora definisce quel monumento come”La torre del Poeta”: la prego di credermi, non si tratta di soli intellettuali e borghesi, ma soprattutto di gente di popolo. Una meraviglia: è stato il grande Contini a ricordarci la commovente “competenza in umiltà” che caratterizzava la visione del mondo e il senso dell’azione culturale di Pasolini.
La seconda. Pasolini scoprì quella torre abbandonata – innamorandosene perdutamente – nel corso delle riprese per il “Vangelo secondo Matteo”. In seguito – carta canta: accadde, e non per caso, nei giorni delle riprese per le “120 giornate di Salò” – il poeta volle promuoverla al rango di “castello”. Con iperbole letteraria che la dice lunga. Fa male al cuore – mi creda – vederla declassata, nel gergo immobiliaristico, a semplice “casale”. Quando la semantica si depaupera, interi continenti antropologici sprofondano: anche una civiltà può morire.
La terza. Dopo l’acquisto e la splendida (davvero luterana) ristrutturazione, il poeta volle trasformare la torre di Chia in un vero opificio creativo: oltre a tornare al disegno e alla pittura infatti, fu proprio qui che egli concepì le dolcissime poesie in friulano della sua ultima straziante raccolta; ma anche le più acuminate “Lettere luterane” e alcune fra le pagine più belle del suo romanzo postumo “Petrolio”. Ripetutamente, nella sua opera estrema, egli nomina la torre, innalzandola a metafora universale, densissima di implicazioni critiche e di feconda controversia, nel segno di Ariosto e dei contadini di Chia.
La quarta. Per virtù d’aura (altri la chiamerebbe: Genius Loci) la Torre Pasolini rappresenta un capitolo breve quanto prezioso di quel gran-romanzo-del-paesaggio che caratterizza la storia stessa della nostra civiltà italiana nell’immaginario europeo moderno e ancora in quello dopostorico (ormai) globalizzato. Perché in Pasolini il territorio “redento” dal lavoro quotidiano delle comunità – la forma stessa delle nostre città storiche: così innalzate, in purezza, sul fondale della loro natura e della campagna lavorata – non è davvero “leggibile” se non in una circolarità incessante-appassionante con il corpo stesso dell’opera letteraria e in dialogo serrato con l’idea stessa di paesaggio maturata attraverso la grande tradizione della pittura. Con l’appassionante variabile, sempre in Pasolini, del cinema come nostalgia pittorica.
Per queste semplici ragioni, egregio Zingaretti, mi sento di pregarLa per la più semplice azione amministrativa e politica – scelta colma di pietas e di humanitas: compri quella torre, presidente. Ne faccia qualcosa di bello e di umano. Pasolini ne sarebbe felice. Noi, tutti noi, cittadini della Tuscia e cittadini del mondo, ghliene saremmo grati. Infinitamente. Mi creda suo.
Antonello Ricci
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