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Corte d'assise - Feto nel cassonetto - La difesa del presunto complice punta sulle lacune investigative - L'uomo è imputato di omicidio volontario in concorso

“Non ci sono prove che l’infermiere sapesse che la Ambrus era incinta”

di Silvana Cortignani
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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Viterbo – “Non ci sono prove che Rappuoli sapesse che la Ambrus era incinta e nemmeno che lei abbia preso il Cytotec e non sia stato invece un parto precipitoso”.

Sono solo alcuni dei tanti rilievi alle indagini fatti ieri dal difensore Samuele De Santis  al processo in corte d’assise all’infermiere 57enne di Tuscania Graziano Rappuoli, accusato di omicidio volontario  e occultamento di cadavere in concorso perché avrebbe procurato il farmaco abortivo alla ballerina di night Elisaveta Alina Ambrus,oggi 28enne, che il 2 maggio 2013 ha gettato in un cassonetto del Salamaro il cadavere della figlia nata settimina, partorita poco prima in un appartamento del quartiere di San Faustino. 

Dito puntato contro una lunga serie di presunte lacune investigative: esame approssimativo dei tabulati telefonici, mancati rilievi col luminol in casa della madre da parte della scientifica, mancato esame tossicologico sulla donna, mancata identificazione fotografica di chi ha comprato il farmaco “abortivo”, nessun approfondimento su eventuali responsabilità della coinquilina, nessuna ricerca di altri potenziali complici o testimoni.

L’udienza è stata tutta dedicata a uno dei principali testimoni dell’accusa, il sostituto commissario Mario Procenesi, all’epoca in servizio alla squadra mobile della questura. Fu uno dei primi, alle 14,55 del 2 maggio di cinque anni fa, a raccogliere l’allarme scattato da Belcolle, dove la madre era stata appena condotta dall’amico infermiere in preda a una gravissima emorragia che, durante la corsa da San Faustino all’ospedale, non le aveva impedito di fermarsi a gettare il feto della figlioletta morta nel cassonetto. 

“Dalle celle telefoniche – ha detto De Santis – emerge che il presunto complice quando la donna ha partorito non era a Viterbo, ma sulla strada tra Capodimonte e Marta. Se guardiamo i tabulati, emerge che lei il 2 maggio ha cercato altre persone prima di lui, chiamando alle 7,31 un numero in uso ai dipendenti di un ministero e alle 8,37 un uomo di Celleno. Oltretutto il mio assistito, la Ambrus, lo ha cercato all’una per farsi portare in ospedale, per messaggio, senza mai fare cenno al fatto che aveva partorito. L’ultima volta si erano sentiti due giorni prima, il 30 aprile, per parlare della ricetta, poi più nessun contatto”, ha proseguito.

Sei i messaggi scambiati tra il 30 aprile e il 2 maggio dalla Ambrus con Rappuoli finiti nel fascicolo del processo. Nell’ultimo, inviato mentre stava in ospedale, la donna gli chiede mille euro per andarsene dall’Italia e non metterlo nei guai. 

“Tu non mi devi lasciare, sennò mi ammazzo, fammi avere la ricetta”, si legge nel primo, inviato dalla Ambrus all’infermiere la mattina del 30 aprile. Nel pomeriggio la conferma di avere reperito il farmaco, grazie a una certa “Claudia”. “E’ così che si chiama la coinquilina, ma gli investigatori non l’hanno indagata in concorso, convinti che pur vivendo e lavorando insieme alla madre, non sapesse niente della gravidanza. E allora perché avrebbe dovuto saperlo l’infermiere, visto che l’aveva tenuta nascosta a tutti? Lui, quando l’ha portata in ospedale perché stava male, non sapeva che avesse assunto il farmaco e che avesse partorito. E neanche noi abbiamo la prova che abbia preso il Cytotec, perché la Ambrus non è stata sottoposta a esame tossicologico”.

“Da ostetricia ci dissero che perdeva sangue e aveva della placenta che fuoriusciva dai genitali, ma che del feto non c’era traccia e che lei negava di avere partorito – ha spiegato il sostituto commissario Procenesi – solo dopo ha confessato a un collega di avere partorito un bimbo a detta sua nato morto e di averlo gettato. Poi lo abbiamo rinvenuto tra i rifiuti, in una busta di carta, avvolto in una maglietta intrisa di sangue. La madre, mentre lo buttava, è stata ripresa dalle telecamere di una pizzeria. E anche la Micra scura da cui è scesa e su cui è risalita, lato passeggero”.

Agli investigatori la Ambrus avrebbe detto di avere partorito nel water, senza travaglio, dopo avere sentito lo stimolo a defecare, e che prima di farsi accompagnare in ospedale dall’infermiere aveva ripulito tutto.

“Manca la prova del luminol – ha fatto notare il difensore – perché la scientifica si è limitata a un sopralluogo senza rilevare tracce ematiche, seguito da una perquisizione della squadra mobile che ha rinvenuto un foglietto con scritto il nome del farmaco antiulcera usato per indurre il parto negli aborti clandestini. Ma non è una prova che lo abbia assunto e che non si sia invece trattato di un parto precipitoso. Non è insolito in una donna che ha già partorito pochi mesi prima. E non c’è la prova dell’esame tossicologico”. 


Articoli: – Feto nel cassonetto, Londra decide sull’estradizione della madre – Feto nel cassonetto, madre rintracciata dall’interpol a Londra 


Decisiva per far pendere l’ago della bilancia su innocenza o colpevolezza sarebbe la testimonianza della stessa Ambrus, sparita da Viterbo dopo sei mesi di carcere preventivo tra Civitavecchia e Roma.  La donna potrebbe essere sentita all’udienza del 29 gennaio, qualora Londra dovesse dare l’okay all’estradizione in Italia, dove deve scontare la condanna definitiva a quattro anni e otto mesi in appello per infanticidio. Il pm Franco Pacifici ha ribadito che la citerà per l’ennesima volta. In alternativa chiederà l’acquisizione della confessione rilasciata dalla madre agli inquirenti durante il ricovero in ospedale. 

Silvana Cortignani


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28 novembre, 2018

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