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Frontale sulla Cimina - Il 91enne viterbese, morto nell'incidente di mercoledì, era anche commendatore della Repubblica - Nell'ultima intervista: "A Courmayeur ho conosciuto mia moglie Franca, mio figlio Pierpaolo è nato il giorno dopo l'inaugurazione del tunnel"

Giulio Cesare Meschini, l’ingegnere che realizzò il traforo del Monte Bianco

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L’ultima intervista di Giulio Cesare Meschini


Giulio Cesare Meschini

Giulio Cesare Meschini

Viterbo - Frontale sulla Cimina

Viterbo – Frontale sulla Cimina

Viterbo - Frontale sulla Cimina

Viterbo – Frontale sulla Cimina

Viterbo - Frontale sulla Cimina

Viterbo – Frontale sulla Cimina

Viterbo – Ingegnere, e commendatore della Repubblica. Giulio Cesare Meschini, il 91enne morto nel frontale sulla Cimina, era stato direttore dei lavori del traforo del Monte Bianco. Direttore dei lavori, tra il 57 e il 65, del lato italiano di quel chilometrico tunnel che collega Courmayeur, in Valle d’Aosta, a Chamonix, nel dipartimento francese dell’Alta Savoia.

Meschini, nato a Viterbo il 22 giugno 1927, fece l’impresa. E allora aveva solo 30 anni. Gli italiani anticiparono di undici giorni i minatori d’Oltralpe, che avevano sempre sostenuto di essere i migliori e di poter concludere per primi i lavori. Invece andò al contrario. “I francesi avevano fatto i furbi – raccontò Meschini a Repubblica nel 2015, in occasione dei 50 anni dall’inaugurazione del traforo -. Erano in vantaggio di un paio di mesi e proclamarono che sarebbero arrivati prima. Ci salì il sangue agli occhi. Avevano offeso il tricolore, ma furono fregati come polli. Noi arrivammo il 3 agosto. Loro il 14, quando superammo quel dubbio atroce: Ci incontreremo mai?”.

Meschini, come direttore dei lavori del cantiere italiano, ricevette gli onori anche della stampa francese. “Cesare conquistò le Gallie superando le Alpi – scrisse un giornale d’Oltralpe -. Un altro Cesare le ha conquistate per via sotterranea”.

Al Monte Bianco l’ingegnere viterbese è sempre stato legato. Non solo per il lavoro, ma anche per la sua vita privata. “Ho conosciuto qui Franca, mia moglie, madre dei miei figli – svelava alla Stampa nel 2017 -. Nel 57 avevo chiamato i miei fratelli e le mie sorelle per passare agosto insieme a Courmayeur. Franca era con un’amica nello stesso albergo. La notte delle stelle di san Lorenzo proposi alla mia famiglia di andare a vedere lo spettacolo del firmamento, e coinvolsi anche quelle due ragazze. Quando fummo lassù la mano di Franca s’incrociò con la mia. Non ci lasciammo più”.

Il 17 luglio 1965, il giorno dopo l’inaugurazione del traforo con i presidenti della Repubblica italiana e francese, Giuseppe Saragat e Charles de Gaulle, la nascita di Pierpaolo, il figlio dell’ingegner Meschini. “La mia povera moglie fu bravissima e seppe attendere”.

Nato a Viterbo, Giulio Cesare Meschini si era trasferito a Roma. Viveva nella Capitale, ma le estati le trascorreva a Verrand (Aosta). “Qui ho acquistato una villa con il premio che l’azienda di cui ero dipendente mi diede nel 1967, due anni dopo la conclusione dei lavori”.

Il 2 ottobre 1978, su proposta della presidenza del consiglio dei ministri, divenne commendatore dell’ordine al merito della Repubblica italiana. L’onorificenza è destinata a “ricompensare benemerenze acquisite verso la nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari”.

Lo scorso 8 gennaio l’ultima intervista di Giulio Cesare Meschini, rilasciata al giornalista del Tg2000 Pierluigi Vito, a 60 anni dal primo colpo di piccone del traforo del Monte Bianco. Una carriera e una vita di tutto rispetto quella dell’ingegnere viterbese, morto mercoledì pomeriggio in un terribile frontale sulla Cimina.


Multimedia: Fotocronaca: Incidente mortale sulla Cimina – Frontale sulla Cimina – Video

Articoli: Schianto mortale sulla Cimina – Frontale sulla Cimina, un morto e due feriti gravi


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18 gennaio, 2019

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