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Tribunale - Si sarebbe fatto pagare 300 euro a salma, non essendoci pompe funebri sul posto - Per la difesa erano solo mance, una prassi da oltre mezzo secolo

Si fa pagare al nero per le estumulazioni, camposantiere a giudizio

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L'avvocato Paolo Delle Monache

L’avvocato Paolo Delle Monache – Difende il camposantiere

La pm Paola Conti

La pm Paola Conti

Viterbo – Estumulazioni al nero, camposantiere a giudizio.

Si tratta del custode del cimitero di un borgo dell’Alta Tuscia, sotto processo davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone con l’accusa di “induzione indebita a dare o promettere utilità”.

L’imputato, un dipendente comunale in servizio dalle 7 alle 13, avrebbe chiesto soldi ai parenti dei defunti per effettuare nelle ore pomeridiane l’esumazione delle salme al costo di 300 euro l’una. E i compaesani avrebbero pagato, perché altrimenti avrebbero dovuto rivolgersi alle pompe funebri dei paesi vicini con tutti i disagi e gli oneri del caso. Una sorta di imposizione, secondo il sostituto procuratore Paola Conti, titolare dell’inchiesta.

Denaro che si sarebbe fatto consegnare in contanti senza rilasciare alcuna ricevuta, come confermato da due testimoni dell’accusa, una 81enne e una 76enne. Entrambe avrebbero fatto domanda al comune, pagando solo una marca da bollo, entrambe avrebbero pagato il custode 300 euro. “In paese lo sapevano tutti che lui faceva le estumulazioni nel pomeriggio a pagamento”, ha detto una. “Pensavo fosse una cosa normale, è stato il geometra del comune a dirmi di andare da lui”, ha detto l’altra.

L’inchiesta risale al 2016, ma i soldi al camposantiere per le estumulazioni  sarebbero stata una prassi vecchia di mezzo secolo. 

“Quando feci domanda al Comune per fare il custode del cimitero, 40 anni fa, usava già dare una mancia al camposantiere. Siccome non ci sono pompe funebri in paese, hanno continuato a rivolgersi a me per comodità”, ha spiegato l’imputato.

“Le estumulazioni le facevo con una squadra di quattro ragazzi, tutti dipendenti comunali, poi, tolte le spese, se avanzava qualcosa ci andavamo a fare le cene, a mangiare il pesce. C’erano da comprare il disinfettante per i loculi, le tute di carta usa e getta, i guanti, il cemento. Le facevamo nel pomeriggio, a tempo perso, fuori orario lavorativo. Sapevamo di non poter prendere i soldi, infatti se uno non poteva lo facevamo gratis. Chi poteva dava 300 euro, ma anche 150 o 200 euro, a seconda delle possibilità. Io dicevo a tutti di sentire anche le pompe funebri “, ha proseguito.

La “tariffa” sarebbe stata di 300 euro. Ma secondo le testimoni citate dal difensore Paolo Delle Monache, tre donne di 53, 48 e 52 anni, il camposantiere non avrebbe preteso denaro.

Hanno però ammesso che era lo stesso comune a indirizzare chi doveva estumulare una salma verso il camposantiere del paese. 

“In Comune mi hanno detto di rivolgermi a lui. Lui mi ha detto che poteva farlo coi suoi ragazzi oppure di sentire le pompe funebri. Ho scelto loro perché erano del paese e perché l’agenzia era più onerosa. Sono stata io che dopo, spontaneamente, gli ho fatto un’offerta di 300 euro”, ha detto la prima. “In comune mi avevano detto che avrebbero dato i documenti a lui e che mi avrebbe chiamata quando sarebbe stato disponibile. Io gli ho dato un contributo di 500 euro, per quattro estumulazioni ma non è che me li abbia chiesti. Me li ero portati appresso apposta in contanti, di mia iniziativa”, ha detto la seconda. “Si sapeva che lo faceva lui. In comune dissi di farlo fare a lui. Io e i miei due fratelli poi gli abbiamo dato 300 euro, cento euro per uno, chiusi in una busta e consegnati successivamente. Lui non ci aveva chiesto soldi, al più un’offerta”.

Al termine dell’udienza, il processo è stato rinviato al 3 aprile per la sentenza. 

Silvana Cortignani


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7 febbraio, 2019

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