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Tribunale - Tentato omicidio Acquapendente - Travolse pensionato in auto, per la difesa si è trattato di un incidente - Tra i testimoni la moglie dell'imputato

“Se avesse voluto ucciderlo si sarebbe portato i fucili”

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Acquapendente – Travolse pensionato in auto. “Se avesse voluto ucciderlo si sarebbe portato i fucili”, secondo la difesa. 

“Quell’auto era un pezzo di ferro, impossibile dire se a ridurre lo specchietto a un rottame sia stata la violenza dell’urto con la vittima. Era coperto di ruggine e tenuto insieme con dello scotch nero”.

Lo aveva detto un carabiniere durante una delle udienze del processo per tentato omicidio a Enrico Ranucci, l’agricoltore 71enne di Acquapendente che il 29 giugno 2013 avrebbe investito apposta, lungo una strada di campagna, il 78enne Santino Giuliani, il vicepresidente del Consorzio Val di Paglia che si è costituito parte civile, dandosi poi alla fuga.

Ieri lo ha confermato l’uomo che gliel’ha venduta. “Lo specchietto retrovisore era già un rottame, incerottato con dello scotch nero per farlo stare su. Le botte sulla macchina, invece, erano le stesse di quando gliel’avevo data, una vecchia auto malridotta, buona per la campagna”, ha detto il testimone della difesa.

Tra vittima e imputato c’erano vecchi rancori per questioni di proprietà.

“Ma se il mio assistito avesse voluto uccidere, si sarebbe portato uno dei due fucili che gli sono invece stati trovati in casa”, ribadisce il difensore Vincenzo Dionisi.

Secondo la vittima, rimasta per mesi in carrozzina a causa delle lesioni riportate, il 71enne gli sarebbe piombato addosso con l’auto lanciata a tutta velocità, scaraventandolo nella cunetta. Sulla presunta scena del crimine uno specchietto della vettura investitrice, che però da solo non basterebbe a provare la velocità e la violenza dell’impatto: “Un ferro vecchio, come il resto della macchina”.

Nessun tentato omicidio, ma soltanto un incidente, per l’avvocato Dionisi, secondo il quale Ranucci non stava nemmeno scappando, ma correndo in caserma dopo avergli telefonato per chiedergli di raggiungerlo.

Una versione che ieri, davanti al giudice Elisabetta Massini, ha avuto l’ulteriore conforto della testimonianza della moglie dell’imputato, con cui l’uomo è sposato da quarant’anni. “Quando è uscito di casa stava andando dal suo avvocato per prendere la sentenza con cui il tribunale gli restituiva i beni contesi”, ha detto la donna. 

Al termine il processo è stato rinviato al 30 settembre per la sentenza. 

Silvana Cortignani


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1 aprile, 2019

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