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Tribunale - Operazione Silver&Gold - È accusato di essere il prestanome di una banda specializzata nella ricettazione di preziosi frutto di razzie - La refurtiva veniva "ripulita" e fatta fondere ad Arezzo

Oro e argento rubati e riciclati al compro-oro, alla sbarra antiquario di Orvieto

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Carabinieri - Operazione Silver and gold

Operazione Silver and gold

Carabinieri - Operazione Silver and gold

Operazione Silver and gold

Carabinieri - Operazione Silver and gold

Operazione Silver and gold

L'operazione "Silver and gold"

L’operazione “Silver and gold”

L'operazione dei carabinieri "Silver and gold"

L’operazione  “Silver and gold”

Operazione Silver & Gold

Operazione Silver & Gold

Operazione Silver and gold - Parte del materiale recuperato

Operazione Silver and gold – Parte del materiale recuperato

Viterbo – Operazione Silver&Gold, nel vivo il processo all’antiquario di Orvieto presunto complice del compro-oro di Grotte Santo Stefano. È stato arrestato assieme ad altre 14 persone nel blitz dei carabinieri scattato all’alba del 24 marzo 2015.

Avrebbero acquistato almeno 10 tonnellate di argenteria rubata, per poi fonderla in lingotti ad Arezzo, per un volume d’affari di 4 milioni di euro l’anno. Tra i fornitori anche un ex collaboratore di giustizia che vive a Orvieto. Ma la merce veniva comprata per lo più a Roma, dai rom dei campi nomadi a nord della capitale alle bancarelle di Porta Portese, al mobiliere d’epoca, al libraio, al “monetaro”, alla pensionata che ne aveva chili presi chissà da dove.

L’antiquario assieme a due presunti “fornitori” della merce rubata sono finiti davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei con le accuse, a vario titolo, di falso, riciclaggio in concorso e partecipazione all’associazione per delinquere. Per altri tre dei 15 arrestati il processo è ancora in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone.

“Fu identificato a novembre del 2013, quando si pensò a una rapina alle Poste, invece con un altro aveva prelevato 20mila euro dal conto usato per ‘pulire’ il denaro ricevuto dalla fonderia toscana per reinvestirlo in ulteriori acquisti”, hanno spiegato un maresciallo dei carabinieri e un capitano della guardia di finanza. 

Nessuna bottega antiquaria riconducibile alla “Urbe Vetus” all’indirizzo di Orvieto indicato nella partita Iva messa a disposizione della banda, solo un fondo dismesso che di recente era stato affittato a un partito. A casa delle presunte menti del sodalizio criminale, invece, fu trovata documentazione facente capo all’attività dell’antiquario, cessata nel 2010. 

L’antiquario avrebbe percepito somme trai 100 e i 300 euro per ogni prelievo dal conto corrente postale e 100 euro per ogni falsa fattura e per ogni falso modello per il trasporto della merce.

“Faceva il prestanome per immettere l’argento sul circuito legale, fingendo di avere acquistato lui ‘rottami’ sui mercatini di Roma, per poi rivenderli al compro-oro di GrotteSanto Stefano, recuperando anche l’Iva. Operazioni fittizie per avere la documentazione necessaria, sennò la società di Arezzo non avrebbe potuto fondere. Nel 2013 ci sono fatture per 994mila euro, nel 2014 per un milione e 254mila euro. Oltre due milioni in due anni”, hanno spiegato i testimoni. 

Secondo la difesa l’antiquario sarebbe una vittima, la testa di legno pagata dalle menti della banda per fare acquisti apparentemente leciti, essendo l’unico con la licenza per commercializzare l’argento, spacciato per “rottami” sulle carte, mentre era refurtiva. Quintali, di dubbia provenienza, tra cui i bottini di raid ladreschi, messi a segno anche nel Viterbese.

Molte delle vittime, alcune delle quali sentite durate l’udienza di ieri, hanno recuperato i propri beni grazie alla pubblicazione sul sito dell’Arma degli oltre 700 chili di argenteria sequestrata. Il primo a insospettirsi è stato il direttore delle Poste di via Ascenzi, dove è stato aperto un conto corrente sul quale, in tre mesi, tra il 2013 e il 2014, sarebbero transitati 800-900mila mila euro, provento delle vendite alla fonderia aretina, prelevati in contanti, al ritmo di 10-20mila euro per volta, tre volte alla settimana, subito reinvestiti in nuovi acquisti. Gli investigatori sono risaliti facilmente alle menti e ai fornitori, sempre gli stessi, dei quali esisteva una lista per le prenotazioni.

Silvana Cortignani


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15 maggio, 2019

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