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Viterbo - La coppia, denunciata nel lontano 2006 dalla badante di una vicina di casa, ha scontato un anno di arresti domiciliari - "Prima vittima la piccola, privata della sua famiglia", commentano i difensori

Non violentarono la figlioletta, genitori assolti dopo 13 anni e mezzo di calvario

di Silvana Cortignani
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L'avvocato Claudia Polacchi

L’avvocato Claudia Polacchi

Viterbo - Giuliano Migliorati

L’avvocato Giuliano Migliorati

Viterbo – Non violentarono la figlioletta, genitori assolti idopo 13 anni e mezzi di calvario. Condannati a cinque anni di carcere in primo grado per violenza sessuale aggravata su una bimba di sei anni, sono stati assolti con formula piena in appello. Imputati la madre e il patrigno quarantenni della presunta vittima. 

Nel frattempo sono trascorsi 13 anni e mezzo da quando l’incubo della famiglia è iniziato, partito dalla denuncia della badante di una vicina di casa che avrebbe sentito dei rumori sospetti provenire dall’appartamento della coppia. Il 16 giugno 2015 sono stati condannati dal tribunale di Viterbo. Ieri sono stati assolti in appello, con la gormula più ampia, “perché il fatto non sussiste”.

Era il 2006. Sono state messe delle telecamere nascoste, i filmati mostravano i genitori giocare sul lettone con la piccola prima di metterla a dormire. Giochi sospetti per gli investigatori. La madre e il patrigno sono stati arrestati e sono rimasti un anno ai domiciliari in attesa del processo. La bambina è stata portata via alla madre, con la quale avrebbe perso per anni ogni contatto. 

Fino alla clamorosa svolta di ieri, quando la corte d’appello di Roma ha ribaltato del tutto la sentenza, tredici anni e mezzo dopo i fatti e quattro anni dopo la condanna in primo grado a 5 anni di carcere della coppia, assistita dagli avvocati Claudia Polacchi, Giuliano Migliorati e Alessandro Vitale.

Si è trattato di uno dei processi per presunta violenza sessuale aggravata su minore più contrastati mai celebrati al tribunale del Riello. A partire dalle indagini, condotte attraverso l’installazione in casa della coppia di cimici e microcamere nascoste, il cui video e sonoro fin dall’inizio si sarebbe prestato a interpretazioni opposte.

Indagini scattate su input  non della vittima, della scuola o di un familiare, ma della badante di una vicina di casa, in un quartiere residenziale del capoluogo.

La donna, di nazionalità romena, insospettita dai rumori provenienti nelle ore serali dall’appartamento situato al piano superiore, si sarebbe convinta che le grida e le risate che sentiva non erano i classici giochi fatti coi bimbi sul lettone prima di dormire, ma che in quella camera da letto venivano commessi degli abusi.

La badante si sarebbe quindi confidata con la sorella, andandola a trovare a Montefiascone e recandosi subito dopo presso la locale caserma dei carabinieri per segnalare le sue perplessità sulla condotta della coppia del piano di sopra.

Abbastanza per dare il via a un’indagine lampo, anche alla luce dei precedenti per droga dell’uomo che, assieme alla donna ormai da qualche anno, sembrava avesse trovato la forza di uscire dal tunnel della tossicodipendenza. Una famiglia apparentemente serena e affiatata, a spasso a piedi per le vie del capoluogo con la bimba sempre appresso: la piccina a ridere sulle spalle del patrigno, la mamma dietro col passeggino.

Increduli i difensori Giuliano Migliorati e Claudia Polacchi, i quali non hanno mai smesso un minuto di sostenere l’innocenza dei propri assistiti.

“Ancora oggi, che la corte d’assise d’appello ci ha dato pienamente ragione, non riusciamo a capire come a i giudici di primo grado possano aver ritenuto provato il fatto – commentano i legali – è una vicenda tristissima, in cui una bambina si è vista privare dell’affetto di sua madre e di un padre che, pur non essendo il genitore naturale, la amava come una figlia. Lei è la prima vittima di questa abnorme ingiustizia. E poi ci sono le altre vittime, i nostri assistiti, la cui vita è stata completamente stravolta da questa vicenda, dopo che avevano ritrovato insieme la serenità di cui avevano bisogno per ricominciare. Un intero nucleo familiare è stato distrutto a causa di accuse infamanti senza una prova. Chi li ripagherà per il tempo perduto?”. 

Silvana Cortignani


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12 giugno, 2019

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