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Operazione Gullit - Condanna a 4 anni e 9 mesi non ancora definitiva per un 37enne di Celleno - Avrebbe fatto parte della banda di spacciatori albanesi smantellata nel maxiblitz del 2010

Traffico internazionale di cocaina, dopo nove anni punta a cavarsela in appello

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Operazione antidroga Gullit

Operazione antidroga Gullit – Gli arrestati nel blitz dell’8 giugno 2010 

Operazione antidroga Gullit

Operazione antidroga Gullit – L’esecuzione delle misure di custodia cautelare

Operazione antidroga Gullit

Operazione antidroga Gullit – Cocaina sequestrata durante le perquisizioni

Operazione antidroga Gullit

Operazione antidroga Gullit – La mappa del traffico transnazionale

L'ex pm della Dda, Roberto Staffa

L’ex pm della Dda, Roberto Staffa

Viterbo – Comparirà l’11 luglio davanti alla corte d’appello di Roma. A nove anni di distanza da quando finì tra la ventina di indagati della prima maxioperazione condotta nella Tuscia volta a smantellare un traffico internazionale di cocaina gestito dalla criminalità albanese. L’operazione Gullit. 

Dopo nove anni la condanna in primo grado a 4 anni e 9 mesi non è ancora definitiva e lui spera di uscirne indenne. 

Anche lui albanese, come il resto della banda, si tratta di un taglialegna 37enne, residente a Celleno quando, dopo due anni di indagini, su richiesta dell’allora procuratore antimafia Roberto Staffa, nel blitz scattato all’alba dell’8 giugno 2010, finirono in manette otto presunti trafficanti di droga, indagati assieme a 11 pusher. 

Il pubblico ministero, al termine del processo celebrato a Roma, iniziato nell’autunno 2012 e conclusosi il primo aprile 2014, chiese per il 37enne una condanna a 8 anni di reclusione e 80mila euro di multa.

Il difensore Samuele De Santis, l’assoluzione perché il fatto non sussiste per mancanza di prove sull’elemento generale.

L’albanese fu assolto dal collegio da diversi capi d’imputazione e soprattutto dal reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico transnazionale di stupefacenti. Ma fu condannato dal collegio in primo grado alla pena 4 anni e 9 mesi di reclusione e 21mila euro di multa per detenzione ai fini di spaccio. 

Passati altri cinque anni, alla luce anche del diverso quadro normativo in tema di stupefacenti: “Chiederemo alla corte d’appello la riqualificazione in comma 5 per la lieve entità del fatto e di conseguenza l’assoluzione per prescrizione”, anticipa l’avvocato De Santis. 


Intrecci tra malavita albanese e maxinchieste 

“Gullit” è stata una delle più grosse operazioni contro lo spaccio di cocaina messe a segno dagli investigatori viterbesi – guardia di finanza, polizia e carabinieri – coordinati dalla Dda dell’allora pm Roberto Staffa.

Staffa è il magistrato, poi arrestato nel 2013 per presunti favori in cambio di sesso, condannato in primo grado il 25 aprile 2018 a undici anni di reclusione per concussione. 

Nell’operazione furono sequestrati partite di stupefacenti e beni mobili per un valore complessivo di circa due milioni di euro, con perquisizioni a Bagnaia, Celleno, Tuscania, Tarquinia, Soriano nel Cimino e Vetralla, dove avrebbero operato i trafficanti albanesi.

La maxinchiesta portò alla scoperta di un presunto cartello dedito al traffico internazionale di droga. Un network di matrice albanese, operante nel centro Italia, con basi operative in Roma, Viterbo, Livorno, e piattaforme di stoccaggio in Belgio e Albania. 

Tra gli arrestati anche un giovanissimo Ismail Rebeshi, all’epoca non ancora trentenne. E’ il presunto “boss”, gestore di una rivendita di auto e di un locale da ballo a Viterbo, cui lo scorso 25 gennaio è stata notificata una nuova misura di custodia cautelare nell’ambito delle indagini sulla mafia viterbese, di cui sarebbe stato uno dei vertici, nell’ambito della maxinchiesta Erostrato.

Rebeshi nel frattempo era già nel carcere di Mammagialla, arrestato a novembre 2018 nell’operazione Ichnos, su input dei carabinieri di Carbonia, in Sardegna, sempre per traffico internazionale di stupefacenti, in primis cocaina.


“Quintali di legna, non cocaina”

Il grosso degli indagati dell’operazione Gullit ha risolto la sua posizione davanti al gup.

A processo sono finiti in quattro, tra cui il 37enne, difeso dall’avvocato Samuele De Santis, incastrato a suo tempo da intercettazioni in cui parla di lavoro, “quintali di legna, non cocaina”, secondo la difesa. Droga da spacciare, per i detective che stavano captando le conversazioni. .

“Vai a concludere un ‘lavoro’ da quell’amico, prendi quelle nel giubbotto e anche quelle due perché mi ha chiesto cinque”, gli dice ad esempio uno dei presunti complici in una delle intercettazioni. 

Per l’accusa è “palese che non possano riferirsi a cinque quintali di legna, trattandosi di qualcosa da prendere dal giubbotto”. 


La “dama bianca” del Salamaro regina dei pusher

Tra gli arrestati una sola donna, anche lei albanese, oggi cinquantenne, residente in via Vico Squarano, al Salamaro, passata alla storia come la “dama della cocaina”. Un personaggio di spicco, si disse nove anni fa, ai tempi dell’arresto “Gullit”. 

L’ultimo anello di un articolato canale di approvigionamento, che partiva da lontano. Acquistata in Belgio, Spagna e Albania, la cocaina arrivava a Roma e Livorno, per poi essere “dirottata” nella Tuscia, tra Bagnaia, Celleno, Soriano, Tarquinia, Tuscania e Vetralla.

A casa della “dama bianca” (arrestata tre volte in cinque anni tra il 2008 e il 2013), bel bitz del 2 giugno 2010, lo stupefacente fu rinvenuto occultato nella punta di un paio di stivali.

La cinquantenne aveva suscitato sospetti negli investigatori in quanto faceva continuamente la spola tra Viterbo e Roma, dove si sarebbe per l’appunto rifornita di cocaina all’ingrosso da distribuire ai piccoli pusher di provincia. Pedinata giorno e notte, fu lei a portare gli investigatori dal grossista.

Silvana Cortignani


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25 giugno, 2019

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