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Tribunale - Imputati di turbativa d'asta il primo cittadino, un dirigente e tre professionisti

Grand hotel della mafia, rinviato il processo al sindaco Scarnati che sognava di farci una casa di riposo

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Mario Scarnati

Mario Scarnati

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma - L'albergo confiscato

Fabrica di Roma – L’albergo confiscato

Fabrica di Roma – Grand hotel confiscato alla mafia, falsa partenza per il processo in cui è imputato di turbatuva d’asta lo storico sindaco di Fabrica di Roma, Mario Scarnati. Al centro dell’inchiesta la gara per l’affidamento del progetto per farne una casa di riposo. Oltre al sindaco, sono stati rinviati a giudizio il responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Fabrica di Roma, un geometra e due architetti.

L’udienza di ammissione prove si è aperta e chiusa pochi minuti dopo, venerdì, davanti al giudice Gaetano Mautone, il quale, prendendo atto di un vizio di notifica segnalato da uno dei difensori, ha rinviato al 31 gennaio per gli stessi adempimenti. 

Mario Scarnati, 70 anni, è stato rinviato a giudizio il 3 ottobre 2018 dal gup Savina Poli, assieme ad altri quattro indagati nell’ambito dell’inchiesta della procura relativa all’immobile confiscato alla criminalità organizzata che il Comune di Fabrica di Roma, tra ottobre e dicembre 2015, avrebbe voluto trasformare in casa di riposo, affidando a un progettista un incarico da oltre ottantamila euro.

Lo stabile apparteneva a Federico Marcaccini, un imprenditore quarantenne di Roma, noto col soprannome di “Er pupone” per il volto paffuto. La maxi confisca lo rese famoso: 120 milioni di euro di beni requisiti, tra cui l’albergo fabrichese, un hotel a Taormina, ville tra Roma e Sabaudia e persino l’elegante palazzo sede del teatro Ghione, dietro San Pietro.

Sulla carta l’ex Grand hotel doveva diventare il fiore all’occhiello dell’amministrazione Scarnati, invece è stato soltanto una fonte di guai, tanto da essere restituito dal Comune all’Agenzia per l’amministrazione dei beni sequestrati alla mafia.

Il fabbricato ad uso alberghiero, mai completato e situato in via della Ferrovia, nei pressi della frazione di Falerii, è finito nel mirino dell’Autorità nazionale anticorruzione nel 2016, quando un gruppo di consiglieri ha inviato un esposto all’Anac per “presunte irregolarità”.

L’Anticorruzione di Raffaele Cantone, in particolare, ha evidenziato una “singolare tempestività nell’iter procedimentale, conclusosi con l’affidamento dell’incarico in pochi giorni”, inviando gli atti alla procura della repubblica di Viterbo per le successive indagini sfociate nella richiesta di rinvio a giudizio per gli attuali cinque imputati. 

Secondo l’accusa, il sindaco avrebbe “individuato a monte, prima dello svolgimento della procedura di gara, il professionista (un architetto, ndr) cui bisognava affidare l’incarico di progettazione, impartendo in tal senso direttive al responsabile dell’ufficio tecnico e al Rup”.

Gli imputati sono difesi dagli avvocati Sergio Racioppa, Giuseppe La Bella, Roberto Massatani, Francesco Massatani, Fabrizio Ballarini e Alessandro Fortuna.

Silvana Cortignani


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23 settembre, 2019

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