Viterbo – (s.m.) – Dopo le botte, il depistaggio.
Per la procura di Viterbo, che indaga su dieci poliziotti penitenziari per l’aggressione al detenuto Giuseppe De Felice, alcuni degli agenti avrebbero anche scritto il falso sui verbali di quel 5 dicembre 2018 tra le mura del carcere, sezione IV B del reparto D1.
La versione di De Felice è nota: 32 anni, all’epoca era a Mammagialla da un mese, arrivato da Rebibbia. Denunciò di aver subìto prima un’irruenta perquisizione della cella, poi di essere stato portato vicino alle scale, dove non ci sono telecamere, e qui pestato a sangue dai poliziotti.
Quando la moglie Teresa lo va a trovare si spaventa per com’è ridotto. Lo racconta pochi giorni dopo al quotidiano Il Dubbio.
Per il pm Stefano D’Arma, titolare dell’inchiesta, 10 agenti sarebbero coinvolti nel pestaggio. Sono Armando Alfonsi, Francesco Buratti, Tonino Ciofo, Umberto Fortuna, Emanuele Guadagnini, Tiziano Mattielli, Orfeo Palozzi, Bonaventura Rastrello, Marco Vittori e Sandro Volpi. Tutti indagati per lesioni personali aggravate.
Sono poi il sovrintendente Mattielli e gli assistenti capo Palozzi e Alfonsi a dover rispondere anche di calunnia e falso per le loro relazioni di servizio, in cui cercano di far ricadere ogni colpa su De Felice, descritto in pratica come ingestibile.
“Onde evitare che la situazione degenerasse – scrive Mattielli – ordinavo al personale di polizia penitenziaria che aveva preso parte alla perquisizione ordinaria, di non allontanarsi dal posto e di prelevare il detenuto De Felice dalla propria stanza di pernottamento per allontanarlo dalla sezione IV B, mantenendo così l’ordine e la sicurezza all’interno della stessa. De Felice, con fare spavaldo e arrogante usciva dalla propria stanza incurante del nutrito numero di agenti di polizia penitenziaria presenti sul posto e subito allungava il passo per recarsi sulla rotonda della sezione”.
Tutto falso, per gli inquirenti. Anche il seguito: “De Felice si scagliava addosso agli assistenti capo Palozzi e Alfonsini – continua il sovrintendente Mattielli -, rei a suo dire di aver fatto una perquisizione contro i suoi diritti. Nasceva una colluttazione fisica tra il detenuto e l’unità di polizia penitenziaria presente e, con molta fatica, si riusciva a riportare alla calma il detenuto, contenendolo fisicamente, rendendolo così inoffensivo per la sicurezza degli operatori. Si rendeva necessario bloccare le braccia del detenuto e portarlo a forza in modo coatto alla locale infermeria… nonostante il nutrito numero di agenti è occorso uno sforzo non indifferente per bloccare il detenuto che, con tutta la sua forza, sfruttando la sua importante mole fisica, aveva messo in atto un’importante azione attiva di aggressione…”.
Palozzi e Alfonsini si allineano: De Felice, scrivono, “si scagliava fisicamente verso i sottoscritti, rei a suo parere di avergli fatto degli abusi. Solo la presenza di svariati colleghi impediva al detenuto di avere la meglio verso di noi e con molta fatica si conteneva l’azione fisica…”.
Puro contenimento, insomma, per i poliziotti. Ma dopo essere stato “contenuto” in quel modo, De Felice ha perso l’udito. “Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e calpestato la foto che ritraeva noi due. Mio marito ha reagito urlandogli contro e prendendoli a parolacce”, spiegò Teresa, moglie del detenuto, al Dubbio, il giornale che per primo ha raccontato l’aggressione.
“L’ho visto con il volto tumefatto, pieno di lividi e con il sangue all’occhio sinistro. Ho cominciato a urlare, ma mi ha detto di smettere perché ha paura di subire altre ritorsioni”. La donna ha contattato il Partito Radicale che, tramite Rita Bernardini, ha segnalato l’episodio al Dap, alla direzione del carcere e a Mauro Palma e Stefano Anastasìa, garanti dei detenuti a livello nazionale e regionale.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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