Acquapendente – (sil.co.) – Pasqua musulmana finisce nel sangue al mattatoio, chiusa l’istruttoria. E’ stato sentito giovedì l’ultimo testimone dell’accusa che ha sostanzialmente confermato quanto già riferito da gli altri circa la dinamica dell’aggressione.
E’ il processo in corso davanti al giudice Francesco Rigato in cui è imputato di lesioni un cliente algerino della Ilco ed è parte civile un dipendente marocchino del mattaoio, la cui prima udienza, il 18 marzo 2021, è stata celebrata in lingua araba, alla presenza di un’interprete nominata dal tribunale, per garantire a entrambe le parti e anche al giudice di capirsi e di capire.
Al centro del procedimento un sanguinoso episodio avvenuto il 21 agosto 2018 al mattatoio della Ilco di Acquapendente mentre erano in corso i festeggiamenti della Pasqua musulmana, l’Eid al-Adha, la cosiddetta festa del sacrificio perché, dopo la preghiera del mattino in moschea, vengono uccisi i montoni.
Carabinieri
“Non voleva dargli una coltellata”
Al fatto era presente Vincenzo Camilli, uno dei titolari e datore di lavoro della parte offesa, venuto in aula lo scorso 14 ottobre a spiegare come l’azione sia stata fulminea. “Era mattina, i due nordafricani hanno avuto una breve discussione in arabo, poi all’improvviso l’algerino ha dato una capocciata all’algerino, una testata sul naso, che lo ha tramortito, facendolo cadere a terra svenuto. Io sono corso subito dalla vittima, mentre l’aggressore è scappato via”, ha detto.
Medesima la versione fornita dall’ultimo testimone. “L’algerino aveva in mano un coltello, ma solo perché stava caricando gli agnelli sul suo furgone all’interno dell’area di carico delle merci dell’azienda. Lui è un cliente. Sicuramente non ha preso il coltello per aggredire la parte offesa, ce l’aveva già in mano da prima”, ha sottolineato Camilli.
Vittima ex dipendente dell’aggressore
L’algerino avrebbe insultato l’operaio marocchino, un suo ex dipendente che l’anno prima si era licenziato, minacciandolo di morte mentre brandiva il coltello con cui stava pulendo un montone. Il movente potrebbe stare proprio nelle dimissioni della vittima, nel 2017, dalla cooperativa di pulizie dell’imputato, per cui ha lavorato sette anni, dal 2010.
Alla prima udienza del processo, prima di deporre, la parte offesa, che stentava a rispondere e appariva molto turbata, ha spiegato al giudice che per lui era difficile deporre contro una persona della sua stessa religione musulmana. Ha stentato anche a ripetere gli insulti ricevuti in cui veniva tirata in ballo la madre. L’algerino, vedendolo passare, gli avrebbe dato del “figlio di mignotta”.
La parte offesa (parte civile con l’avvocato Arianna Morelli), che ha subìto due operazioni, fu portata prima all’ospedale di Acquapendente e poi a Belcolle. L’aggressore (difeso dall’avvocato Giulio Cirimele del foro di Roma) fu arrestato dai carabinieri.
“Non mi ha dato i soldi per le ferie, mi sono licenziato”
“Gli avevo chiesto i soldi per andare in ferie in Marocco con la mia famiglia e lui, che ha sempre pagato poco e mi dava la busta paga solo quando serviva per rinnovare il permesso di soggiorno, non voleva darmi più di 500 euro, quando avrei dovuto averne 1300. Li ho rifiutati e mi sono licenziato. Poi me ha spediti 600 in Marocco, ma per me il rapporto di lavoro era chiuso”, ha spiegato la parte offesa.
“Tornato in Italia, non gli ho più chiesto niente, nemmeno i soldi della liquidazione di sette anni di lavoro. E mi sono trovato un altro impiego, in regola, come operaio alla Ilco. Quel giorno stavo scaricando dai camion i montoni”, ha spiegato alla difesa che gli chiedeva se provasse rancore nei confronti del suo ex datore di lavoro.
Il processo è stato rinviato al prossimo 22 dicembre. Salvo imprevisti, sentenza alla vigilia di Natale.
Articoli: Lite finisce nel sangue al mattatoio: “Non voleva dargli una coltellata” – Pasqua musulmana, finisce nel sangue la festa del sacrificio al mattatoio
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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