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Tribunale - Imputato di maltrattamenti aggravati in famiglia l'ex marito

Lo lascia durante il lockdown ma continuano a vedersi: “Era una relazione tossica”

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I carabinieri

Sul posto i carabinieri


Tuscania – (sil.co.) – Lo lascia durante il lockdown, un mese dopo lo denuncia. Il primo schiaffo quando era incinta, l’ultimo due anni dopo quando le ha strappato il figlio dalle braccia e lei lo ha denunciato. Era il 29 giugno 2020. Lei se ne era andata già da un mese, ma la coppia continuava a frequentarsi.”Era una relazione tossica”, ha detto la presunta vittima al processo. 

Imputato un uomo di Tuscania, comparso mercoledì davanti al collegio del tribunale di Viterbo per rispondere di maltrattamenti aggravati in famiglia. La presunta vittima, una trentenne che nel frattempo ha ritirato la costituzione di parte civile, ha ricostruito in aula le vicissitudini della coppia, che si era sposata nel 2017 ed è rimasta insieme due anni e mezzo. Fino a quel lunedì di inizio estate di due anni fa.


Tuscania

Tuscania


“Ha buttato il passeggino e afferrato il bimbo dal seggiolino”

“Me ne ero andata via di casa circa un mese prima, dopo che lui mi aveva detto ‘vattene, vaffanculo’. Poi voleva ricucire il rapporto, per cui abbiamo continuato a vederci, siamo andati al mare e anche a pranzo fuori. Sempre assieme a nostro figlio. Quel giorno camminavamo in strada, vicino casa sua, cercando di chiarire, quando lui ha cominciato ad alzare la voce e ad assumere un tono aggressivo “.

“Voleva che restassimo a casa, io invece mi sono diretta verso la macchina per andare via, mettendo nostro figlio di un anno e mezzo sul seggiolino e poi girandomi per riporre il passeggino. A quel punto lui ha afferrato il passeggino e lo ha sbattuto per terra urlando che non potevo andarmene, afferrando il bimbo dal seggiolino”, ha raccontato al collegio la giovane mamma.


“Fuggivo a piedi mentre mi inseguiva facendo per rinvestirmi”

“E’ stato spaventoso, mi allontanava con il braccio libero per non farmi avvicinare al piccolo, mentre mi gridava ‘levati, vattene’. Poi mi ha fatto entrare in casa, chiudendo la porta a chiave, quindi mi ha preso il viso per la mascella, ha afferrato il mio telefono perché volevo chiedere aiuto e mi ha strappato la maglietta”.

“A un certo punto mi ha ridato il bambino urlando ‘vattene’, ma quando stavo salendo in macchina mi ha bloccata, levando la chiave dal cruscotto. Allora sono scappata a piedi lungo la via, mentre lui mi inseguiva a tutta velocità in auto, facendo il verso di investirmi. Per evitarlo, dato che la strada era stretta, mi sono dovuta rifugiare su uno scalino”.

“Mi hanno salvata i vicini che, sentendo il trambusto e le urla, si sono affacciati alla finestra. Sono corsa a casa loro e da lì ho chiamato il centro antiviolenza e i carabinieri”.


La pm Chiara Capezzuto

La pm Chiara Capezzuto


“Non te me puoi andare, ti ammazzo”

“Quando mi inseguiva in auto, gridava ‘adesso ti prendo sotto’. Mi sono spaventata tanto”, ha raccontato con la voce spezzata la trentenne.

L’imputato avrebbe voluto riunire a modo suo la famiglia. “Mi mandava messaggi Whatsapp con minacce di morte, sia vocali che di testo, in cui diceva ‘ti ammazzo, non te ne puoi andare’. Anche quel giorno, mentre teneva il bimbo in braccio e mi allontanava, gridava ‘ non te ne puoi andare, se ti avvicini a nostro figlio, ti ammazzo’. Sono dovuta entrare in casa. Era un’altra persona”.


“Tra noi c’era una relazione tossica”

 “Tra noi era così. Dopo ogni scenata lui chiedeva perdono. Iio lo perdonavo e tutto tornava come prima. Poi c’era sempre un’altra scenata e un’altra pace. Come un cerchio. Dopo avermi cacciata di casa col suo ‘vattene, vaffanculo’ voleva che tornassimo insieme. E io ho continuato a frequentarlo lo stesso, anche se ero andata via”, ha sottolineato.

Un matrimonio costellato di litigi. Durante il contro esame della difesa, l’imputato è assistito dall’avvocato Claudia Polacchi, la parte offesa ha parlato di relazione “tossica”. La legale le aveva chiesto se fosse stato il lockdown a esasperare la convivenza.


“Sperava che mio padre morisse presto”

“No, il lockdown non c’entra. Piuttosto era geloso. Geloso di alcuni amici, di mia sorella, della mia famiglia, da cui cercava di allontanarmi. Una volta si è messo a parlare male di mio padre, docendo che sperava morisse presto”, ha spiegato la trentenne.

Avrebbe dovuto essere ascoltato subito dopo il padre della presunta vittima, un settantenne nato negli Stati Uniti, citato tra i testimoni dell’accusa dalla pm Chiara Capezzuto.

L’uomo ha parlato di un rapporto normale per quello che avrebbe visto lui, accennando a un episodio di violenza una volta in cui il genero avrebbe dato un calcio a un cane. L’interrogatorio è stato però interrotto dopo pochi minuti, quando si è palesata la necessità di un interprete. L’udienza è stata quindi rinviata al prossimo 15 giugno.


 Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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14 maggio, 2022

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