Caprarola – (sil.co.) – Irruzione in casa stile arancia meccanica, in aula la testimonianza choc delle vittime, una 34enne e un suo amico che quella sera si era fermato a dormire da lei. E’ successo il 30 dicembre 2020 a Caprarola.
Imputati di rapina, stalking, violazione di domicilio e violenza privata in concorso due giovani, a uno dei quali, in precedenza, la donna avrebbe dato confidenza, dandogli dei soldi e facendogli la spesa.
“L’avevo conosciuto nel 2018. Era in difficoltà, per cui più volte gli avevo dato dei soldi o fatto la spesa, avendo un amico in comune”, ha spiegato ieri in aula la 34enne, parte civile con l’avvocato Domenico Cardellini, interrogata dalla pm Chiara Capezzuto, davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini. Sentenza prevista prima di Natale.
Le vittime hanno sporto denuncia ai carabinieri
“Hanno sfondato la porta, entrambi armati di cacciavite”
“Il 30 dicembre all’ora di pranzo mi ha bussato con un suo amico, che io avevo conosciuto da bambino e non vedevo da dieci anni. Li ho fatti sedere alla mia tavola, c’era anche il mio amico, hanno mangiato e bevuto, si sono fermati fino a verso le cinque e mezza del pomeriggio, poi sono tornati inaspettatamente attorno alle 19,30, ma li ho mandati via perché si sentiva dalle voci che erano alterati”, ha proseguito la 34enne.
“Ho cenato con un vicino e col mio amico che alle 22, c’era ancora il coprifuoco, siccome faceva freddo e pioveva a dirotto, per fortuna è rimasto a dormire da me. O meglio, io sono andata a dormire in camera mia. Lui è rimasto a giocherellare nel soggiorno col telefonino. Alle 22.30 hanno fatto irruzione in casa, sfondando la porta con un calcio, entrambi armati di due grossi cacciavite, che hanno brandito contro di noi per tutto il tempo”, ha sottolineato, con la voce rotta dalla paura al ricordo di quei momenti.
“Non hanno ancora capito perché siamo qua”
Erano le dieci e mezza del 30 dicembre 2020, un mercoledì burrascoso dal punto di vista meteorologico a Caprarola, quando gli imputati avrebbero dunque buttato giù con un calcio la porta di casa della 34enne, la quale il giorno stesso li aveva ospitati a pranzo, minacciando con due grossi cacciavite lei e un amico.
“Giravano dappertutto coi cacciavite in mano, urlando loro frasi come ‘siamo venuti qui per fare quello che dobbiamo fare, adesso lo facciamo’, ‘state boni, che ve famo la pelle’ e ‘mi sa che non hanno ancora capito perché stamo qua’”, hanno detto entrambe le parti offese.
“Hanno rubato e orinato sul mio letto”
Non contenti, il 2 gennaio 2021, sarebbero tornati nell’abitazione, razziando tutto quanto era a portata di mano. “Hanno anche orinato sul mio letto, per poi confessare che erano stati loro, dicendo di avere buttato la refurtiva in un fosso, eccetto i gioielli contenuti in una scatola d’argento, venduti a Roma”, hanno detto i testimoni.
“Siringa per infettarci e proiettile in una busta”
Nei giorni successivi hanno minacciato la coppia perché venissero ritirate le plurime denunce. “Forse non hai capito che se non torni sui tuoi passi, finisce male”, si sarebbe sentita dire alla fermata del bus la 34enne, che l’ha definita “una escalation di tortura”. “Ci hanno fatto trovare una siringa dicendo che era per infettarci e un proiettile in una busta sulla porta di casa”, ha detto la 34enne, raccontando di pedinamenti e appostamenti, che culminavano nel gesto di tagliare la gola. “Anche successivamente, per strada, ci hanno minacciato coi cacciavite, hanno minacciato di morte anche mia madre”, ha raccontato l’amico della parte civile, che è solo parte offesa nel processo.
“Con loro in caserma per ritirare la querela”
Alla fine le vittime avrebbero ceduto, accettando di andare in caserma con gli imputati per ritirare la querela. Uno dei due avrebbe detto di essere malato e avere ancora pochi anni di vita. Il vicino amico in comune avrebbe cercato una mediazione, ovvero l’impegno a risarcire in cambio i danni alla 34enne. “Ovvio che non ci sono andata spontaneamente e in tranquillità”, ha risposto stizzita la vittima al difensore Vania Cesarini, che le aveva chiesto perché fossero andati. I carabinieri avrebbero spiegato loro che si trattava di reati perseguibili d’ufficio e che, ai fini di un eventuale procedimento penale, sarebbe stato inutile rimettere la querela.Ha parlato di un misto di paura e compassione l’amico: “Avevano minacciato mia madre di morte davanti a me”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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