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Tribunale - Vittima una dipendente di banca, mamma di un minore disabile e avente diritto per questo alla 104 - Contro di lei raffica di mail a impiegati e superiori

Spinge collega a licenziarsi, ex sindacalista accusato di diffamazione e stalking

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Viterbo – (sil.co.) – Rende la vita impossibile a un’impiegata di banca 47enne mamma di un minore disabile che usufruisce per questo della 104, nei guai un ex collega sindacalista di 69 anni sul cui capo pendono due procedimenti.

Uno è il processo in corso davanti al giudice di pace del tribunale di Viterbo per diffamazione aggravata e l’altro è la richiesta di rinvio a giudizio per stalking in attesa di udienza preliminare davanti al gup.

Parte civile con l’avvocato Giuseppe Picchiarelli la vittima, che, dopo 18 anni di lavoro, sarebbe arrivata a pensare di togliersi la vita e poi si è convinta a licenziarsi, lo scorso mese di marzo, a causa delle vessazioni.


Violenza di genere - Foto di repertorio

Vittima di diffamazione e stalking da parte di un ex collega – Foto di repertorio


Il calvario sarebbe cominciato nel 2019, quando l’imputato, in pensione già da un anno, avrebbe caldeggiato con lettere a direttori e una valanga di mail a colleghi il trasferimento della parte offesa presso un altro sportello dell’istituto nonostante la 104, definendola “soggetto sgradito” agli altri impiegati. In seguito all’archiviazione la 47enne ha inoltre scoperto che contro di lei l’ex sindacalista ha presentato nel luglio 2020 anche un esposto per truffa allo stato.

“Si tratta di una vicenda estremamente dolorosa poiché siamo di fronte a una forma di violenza, brutalità e vessazione di cui è vittima una lavoratrice, una madre, una donna che è stata costretta a subire condotte violentissime e reiterate che hanno stravolto la propria vita”, sottolinea il difensore di parte civile Giuseppe Picchiarelli. 

L’imputato, tanto per dirne qualcuna, scrivendo ai colleghi e anche ai vertici dell’istituto, le avrebbe dato dell’imboscata, di quella che le rare volte che sta in ufficio passa ore al telefono per fatti suoi o a scrivere lettere per le innumerevoli associazioni cui appartiene, di prendere apposta appuntamenti coi clienti nei giorni in cui già sa che non ci sarà, arrivando a definire “famigerata” la legge 104. 


Giuseppe Picchiarelli

Il difensore di parte civile Giuseppe Picchiarelli


Raffica di mail diffamatorie a superiori e colleghi

E’ cominciato il 19 luglio con la testimonianza della vittima ed è ripreso nei giorni scorsi con la testimonianza di alcuni colleghi il processo per diffamazione aggravata.

Tra le contestazioni una relativa al periodo del lockdown. L’imputato, a giugno del 2020, avrebbe inviato a firma “Pasquino” una mail a diverse persone, tra cui tre colleghe dipendenti dello stesso istituto, nella quale avrebbe riportato una foto della parte offesa, assente dal lavoro perché beneficiaria del permessi di cui alla legge 104 per assistere il figlio minore e invalido, esternando frasi offensive della sua reputazione.

A scatenare “Pasquino” sarebbe stata per l’appunto la foto della parte offesa abbracciata al figlio, mentre stanno davanti al computer a fare i compiti in dad, che era stata postata su Facebook dalla vittima accompagnata dalla didascalia, ironica secondo la donna, come si evince dal contesto, “mi rilasso in 104”. 

“Non possiamo dire la stessa cosa di altri soggetti che mancano dalla filiale da oltre cento giorni e che pigliano per il culo quelli che fanno il possibile per mandare avanti questa baracca che le paga lo stipendio e i contributi Inps per farle avere permessi retribuiti per tre mesi all’anno – si legge nella mail, tra le altre cose – colgo l’occasione per confermare alla pluri dottoressa dalla lunghe assenze che i colleghi le vogliono tutti bene e sono con essa solidali”.

Poi aggiunge: “Però, visto che, contrariamente a molti altri lavoratori, non altrettanto tutelati come lei che si può permettere di curare i suoi interessi senza limiti di tempo, eviti di diffondere messaggi si tanto simpatici, relativi alla sua vita privata della quale non frega un cazzo a nessuno”.


Massimiliano Siddi

Il pm Massimiliano Siddi, titolare del fascicolo per stalking


Spinta a licenziarsi a causa delle persecuzioni

Titolare del fascicolo per stalking il pm Massimiliano Siddi, che ha chiuso le indagini con una richiesta di rinvio a giudizio a carico del 69enne. I fatti contestati all’imputato vanno da aprile 2019 a febbraio 2022. A marzo la 46enne, dopo 18 anni in banca, non ce l’avrebbe fatta più e si è licenziata. 

“Mediante un complesso sistematico ed abituale di violenze psicologiche – si legge nell’imputazione – ingenerava nella parte offesa un grave e perdurante stato d’ansia ed un fondato timore per l’incolumità personale propria e dei prossimi congiunti, costringendola a modificare le normali abitudini di vita, segnatamente a rinunciare a recarsi da sola a prendere i propri figli a scuola per timore d’incontrarlo nei pressi del plesso scolastico, ad effettuare cicli di psicoterapia a seguito dell’insorgere in lei di istinti suicidari, a limitare le uscite da casa, ad adottare misure stringenti per la salvaguardia della privacy nei social network ai quali era iscritta e, da ultimo, a lasciare il lavoro“.

“In particolare – prosegue il pm – facendo leva sulla propria posizione di ex rappresentante sindacale di una filiale dell’istituto bancario presso il quale era impiegata la parte offesa, metteva in atto una lunga serie di condotte vessatorie nei confronti della predetta, al fine di screditarne l’operato agli occhi dei colleghi e di minarne la stabilità psicologica, consistite nell’inviare un’innumerevole quantità di missive dal contenuto gravemente molesto agli indirizzi di posta elettronica dei colleghi, nonché nel controllare capillarmente le sue abitudini di vita, al punto da farsi trovare sistematicamente presso la filiale, nonostante fosse in pensione dall’anno 2018, e presso l’istituto scolastico frequentato dai figli, ogni qualvolta questa vi si recasse”.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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3 dicembre, 2022

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