Capodimonte – Maresciallo dei carabinieri sospeso dal servizio in seguito a una lettera anonima: a distanza di dieci anni da quello scritto a causa del quale è finito nei guai, il militare è stato assolto con sentenza definitiva dalla corte d’appello di Roma.
È l’ex comandante della stazione di Capodimonte, condannato in primo grado, il 15 ottobre 2018. a un anno di reclusione con sospensione della pena per violenza privata nei confronti di un imprenditore edile che gli stava ristrutturando casa.
Il maresciallo, difeso nell’intera vicenda giudiziaria dall’avvocato Remigio Sicilia, è finito sotto processo per estorsione e abusi edilizi in seguito a una lettera anonima inviata ai suoi superiori nel dicembre 2013 in cui veniva segnalato come andasse in divisa a fare acquisti per la sua casa in ristrutturazione.
Presunta vittima, un imprenditore edile d’origine calabrese che stava effettuando i lavori nell’abitazione dell’allora comandante, il quale, sentito in caserma, disse che siccome il maresciallo aveva scoperto che la sua ditta non era in regola, tra il 2012 e il 2014, lo aveva ricattato, costringendolo a ristrutturargli gratis la casa su due piani appena comprata al civico 4 di via Tripoli, a Marta. L’uomo, che non si è costituito parte civile al processo e non ha mai sporto denuncia, ha poi ritrattato tutto in tribunale: “Non è vero, il maresciallo non mi ha mai ricattato, mi sono inventato tutto. L’ho calunniato e me ne vergogno come un cane. Non posso stare con questo peso sul cuore”, ha detto in aula quando ha testimoniato come parte offesa al processo.
“Non è vero che non mi ha pagato. Il maresciallo mi ha pagato in contanti per i lavori fatti, 6mila euro per quelli al pianoterra e 24mila euro per quelli al primo piano. La motivazione è perché l’ho pregato io di farlo. Mi ha fatto una cortesia”, ha detto l’imprenditore.
“Nessuna estorsione. Con me il maresciallo si è alterato solo perché i lavori non andavano avanti. Quando ha saputo che stavo con la testa altrove perché mio figlio neonato era malato, mi ha aiutato, mi ha messo in contatto con delle persone e mi è stato molto vicino. Per questo ritratto. L’ho calunniato e me ne vergogno come un cane. Io e mia moglie ci vergogniamo. Non posso stare con questo peso sul cuore”.
“Gli ho anche scritto una lettera – ha aggiunto – volevo attaccargliela sul vetro della macchina, poi per fortuna l’ho incontrato e gliel’ho data”.
“Essendo protestato, non potevo avere conti correnti ma mi servivano contanti – ha proseguito – ai suoi superiori della compagnia di Montefiascone dissi che non mi aveva pagato perché stavo in difetto e avevo un grosso debito con il fornitore di Marta che mi faceva pressione per essere pagato. In più mi avevano chiuso un grosso cantiere a Capodimonte e avevo scoperto che mio figlio appena nato era down”.
Cinque anni fa il giudice Gaetano Mautone, che ha giudicato il militare col rito abbreviato condizionato all’audizione della presunta parte offesa, ha riqualificato in violenza privata l’accusa di estorsione, per la quale la procura aveva chiesto l’assoluzione, infliggendo all’imputato la condanna a un anno con sospensione della pena.
Adesso la corte d’appello di Roma ha dato ragione al difensore Remigio Sicilia, che si è sempre battuto per dimostrare l’innocenza del suo assistito, assolvendo l’imputato con sentenza diventata nel frattempo definitiva.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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