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L'alambicco di Antoniozzi

Il mercato vuole l’aeroporto a Viterbo?

di Alfonso Antoniozzi
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Alfonso Antoniozzi

– In un suo articolo, Mattioli pone a noi viterbesi una domanda molto chiara: lo vogliamo o non lo vogliamo l’aeroporto?

Credo che la domanda sia molto interessante, ma assolutamente ininfluente: la politica sceglie quello che preferisce indipendentemente dal fatto che noi lo si voglia o no, altrimenti dubito che certe discutibili decisioni sulla gestione della nostra nazione e delle nostre città sarebbero state prese se si fosse tenuto conto dei desideri di quella che, un tempo, veniva chiamata “la base”.

Penso invece che la domanda più interessante da porre sia: “il mercato vuole l’aeroporto a Viterbo?”.

Un aeroporto si costruisce, dal punto di vista del mercato e generalmente parlando, per almeno un buon motivo:

– la città che ne viene servita assicura un flusso costante di acquisto biglietti (è il caso delle grandi metropoli);

– la città che ne viene servita è un’importante meta turistica, industriale o culturale, o intrattiene saldi rapporti commerciali con città lontane tali da giustificare un flusso di voli;

– il circondario della città che ne viene servita è sprovvisto di uno scalo aeroportuale;

– la città che ne viene servita viene scelta per decongestionare il traffico aeroportuale e aereo della più vicina metropoli.

Ora, la nostra provincia conta 315.000 abitanti, e quindi dubito che nel nostro caso si possa applicare il primo esempio da me citato: a voler essere ottimisti diciamo che di queste trecentodiecimila persone forse venti o trentamila l’anno acquisteranno biglietti aerei, numero non sufficiente a giustificare al mercato l’esistenza di uno scalo. Fuori una.

La seconda ipotesi è affascinante: noi potremmo diventare un’importante meta turistica e culturale (industriale, francamente no). Ma bisognerebbe investire seriamente nella promozione delle realtà presenti sul territorio, rendere il centro storico uno spazio a misura d’uomo, offrire manifestazioni culturali, teatrali e musicali che reggano ben oltre la bulimia estiva, insomma bisognerebbe avere uno straccio di pensiero a lungo termine dietro alle scelte politiche e amministrative. Allo stato dei fatti: nel centro storico si viene arrotati dalle auto, il teatro è chiuso e da anni non regala una stagione che vada oltre le otto serate, l’altro teatro casca a pezzi, i sacchetti della monnezza la fanno da padrone agli angoli delle strade, la ricettività alberghiera è quella che è, la condizione delle strade pure, il museo civico crolla, i posti auto scarseggiano, la promozione dei prodotti tipici locali è affidata alla buona volontà dei singoli e perfino le pizzerie a taglio, unico esempio nella Penisola, calano le serrande all’ora del pranzo. Resta disponibile, è vero, il turismo termale: vediamo che cosa succederà a quell’oasi di pace quando i jumbo cominceranno ad atterrargli praticamente in piscina.

C’è chi dice che l’aeroporto potrebbe essere di stimolo per una rinascita della città (sarebbe un po’ come prendere a sberle un paziente in coma nella speranza che si svegli) ma permettetemi di dubitarne fortemente, restando ovviamente ben lieto di essere smentito dai fatti. Fuori due.

Il terzo esempio è inapplicabile: in un’ora e venti al massimo si arriva a Fiumicino, quindi la nostra città è di fatto già servita da uno scalo aeroportuale. L’ora e venti di percorso attuale è destinata a ridursi in cinquanta minutini scarsi laddove si decida di terminare la bretella di raccordo per Civitavecchia evitando la strozzatura di Monteromano, infrastruttura che dovrebbe essere una delle condizioni per la costruzione di uno scalo viterbese. Ma io mi chiedo, molto sommessamente: se in cinquanta minuti si arrivasse a Fiumicino, a che cosa servirebbe esattamente, spiegatemi, sobbarcarsi tutti gli oneri di uno scalo aeroportuale in città? Fuori tre.

La quarta ipotesi risponde al quesito precedente: servirebbe a decongestionare il traffico aereo di Ciampino, i cui abitanti con ragione sono diventati completamente insofferenti dopo anni di inquinamento non solo acustico.

Sto lavorando a Cagliari, dove ho imparato il detto “pinta la legna e portala in Sardegna”: temo che questo detto si possa tranquillamente applicare al progetto “Aeroporto di Viterbo”: se non scrivessi sulle pagine di una prestigiosa testata potrei spiegarvi con parole esatte come, a parer mio, un aeroporto a Viterbo in questo momento sarebbe per la nostra terra l’equivalente di un atto sessuale reso famoso dai compianti Brando e Schneider in un film di Bertolucci. Non potendo usare le parole esatte, vi ricordo solo che nella scena in questione si faceva largo uso di burro.

Quando dunque RyanAir insiste a dire che a Viterbo non ci vuole venire, ha ragione. Perché dovrebbe? A meno che non si realizzi il sogno descritto nella seconda ipotesi, ovvero far diventare la nostra terra una destinazione desiderata dai turisti, atterrare a Viterbo sarebbe per loro un investimento fallimentare: non ci conoscono, non sanno quanto e come il nostro territorio sia incantevole, non conoscono il nostro cibo, i nostri monumenti, la nostra cultura. Allo stato dei fatti, sanno soltanto che siamo una provincia collegata malissimo con la capitale, e questo è un deterrente enorme per una compagnia aerea che vede Roma come obiettivo finale. Sembrerà un paradosso, ma credo che RyanAir ci stia facendo un grande favore mettendosi di traverso: ci sta chiedendo per quale motivo dovrebbe venire da noi.

Smettiamola per favore con questo atteggiamento da zitelle piccate che si lamentano perché nessuno se le carica, e vediamo di capire il perché di questo rifiuto.

Il mercato non vuole l’aeroporto a Viterbo? Sta a noi dimostrare al mercato che a Viterbo vale la pena venire e magari anche fermarsi per qualche giorno, come chiunque abbia la ventura di visitarci non potrà che confermare. Fatto questo, trasformata la nostra città in una meta turistica e culturale e il nostro territorio in un oggetto di desiderio, allora si potrà cominciare a parlare seriamente di aeroporto, dimostrando coi fatti che a Viterbo vale davvero la pena di atterrare.

Se davvero volete l’aeroporto, cari politici tutti e cittadini entusiasti, rimboccatevi le maniche invece di prendervela con RyanAir, e lavorate concretamente sul rilancio del territorio.

Cominciamo da una cosa semplice, che possiamo fare tutti senza aspettare interventi dall’alto: piantiamola di buttare la monnezza in mezzo alla strada, in segno di rispetto nei confronti della storia e dei tesori di una città che avrebbe tutto il diritto e tutte le carte in regola per diventare non una “città grande”, come molti auspicano, ma una grande città.

 

Alfonso Antoniozzi


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11 luglio, 2011

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