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Medieora - Fausto Biloslavo e Giovanna Loccatelli intervistati da Carlo Galeotti

Oggi la guerra si fa su Twitter

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Fausto Biloslavo

Fausto Biloslavo

Giovanna Loccatelli

Giovanna Loccatelli

Giovanna Loccatelli con Carlo Galeotti

Giovanna Loccatelli con Carlo Galeotti

Carlo Galeotti e Fausto Biloslavo

Carlo Galeotti e Fausto Biloslavo

Medioera

Medioera

Medieora

Medieora

– (f. b.) Oggi la guerra si fa su Twitter.

La terza serata di Medioera, moderata dal direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti, si è concentrata sul nuovo approccio che i social network, e internet in generale, hanno permesso al giornalismo di guerra.

A raccontare le loro dirette esperienze due giornalisti. Fausto Biloslavo, fondatore dell’agenzia di stampa Albatross e inviato di guerra da ormai molti anni in Afghanistan, Sudan, Cipro, Libia, Israele, Iran, e Giovanna Loccatelli, giovane freelance, autrice di un libro sul social network Twitter.

“La mia avventura – racconta Biloslavo – nasce dalla passione per i viaggi e dalla necessità di “sbarcare il lunario”. I miei primi servizi nei teatri di guerra esteri risalgono ad anni in cui era difficile trovare anche solo un fax per mandare il pezzo in Italia”.

Da allora il mondo della comunicazione ne ha fatta di strada. “Durante le ultime trasferte in Libia – continua Biloslavo – avevamo invece mezzi potentissimi: connessione Internet, telefono satellitare e tutto ciò che mi permetteva di mandare articolo, foto e video in Italia quasi in tempo reale”.

Ma la Rete non ha facilitato soltanto il collegamento dei giornalisti inviati all’estero con la patria d’appartenenza. La grande rivoluzione sta nel fatto che su internet e con internet si riescono a muovere organizzazioni, notizie e idee.

“I social network, in particolare Twitter – interviene Giovanna Loccatelli – sono stati fonti inestimabili di informazioni. Che poi, certamente, vanno verificate sul posto o attraverso fonti autorevoli, ma che comunque riescono a raggiungere una quantità vastissima di persone anche molto lontane geograficamente, e danno subito un’idea di cosa sta succedendo”.

La guerra in Libia ne è un esempio lampante. Come, di conseguenza, il fatto che una delle prime cose che sono state negate al popolo, per limitare le organizzazioni ribelli al potere, è stato appunto l’accesso a internet.

“Tutto questo era impensabile quindici anni fa – dice Biloslavo – ma rimane il fatto che il giornalista, anzi il cronista, si riconosce dalle scarpe. Deve consumare le sue scarpe. Sul posto bisogna esserci comunque e questi mezzi non tolgono lavoro all’inviato. A volte, addirittura, lo complicano, perché la velocità con la quale si deve saper scrivere sul web rende tutto più complesso”.

E proprio a questo proposito non è inutile né banale sottolineare che i nuovi mezzi devono essere conosciuti e compresi se si vogliono usare al meglio.

“Viviamo nell’era dell’infobesità – dice la Loccatelli – ovvero dell’informazione esagerata e continua. Ma serve molta attenzione e soprattutto non si può dar per scontato tutto ciò che appare su internet”.

Un esempio su tutti: le  foto pubblicate dal Corriere della Sera sulle presunte fosse comuni in Libia. “Quelle immagini cominciarono a girare sul web – spiega Biloslavo – e il Corriere le pubblicò in prima pagina senza troppe verifiche. Questi sono errori di valutazione che un giornalista non può permettersi. Non si può dare per buono tutto ciò che circola in Rete”.

Twitter, Facebook e tutti i social network non sono comunque da sottovalutare. Molti episodi, a volte marginali, sono stati notati proprio grazie a questi strumenti e hanno permesso agli addetti ai lavori di “prevedere” o almeno di accorgersi di qualche strano movimento che è poi scaturito in un conflitto.

Un conflitto, paradossalmente, può essere scatenato da un post su Facebook o da un brevissimo messaggio su Twitter e, sempre con questi mezzi, può essere raccontato a migliaia di chilometri di distanza. Questo è il nuovo modo di fare gli inviati, questo è il giornalismo di guerra 2.0.


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23 luglio, 2011

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