– Voleva giocare ai videopoker per recuperare i soldi persi a una partita sfortunata. Ma il bar stava chiudendo. Così, secondo l’accusa, avrebbe estratto un fucile a canne mozze dalla giacca e minacciato il titolare e un amico. Ma per l’imputato, 41enne nato a Gela e residente a Vetralla, le cose sono andate diversamente.
Sentito questa mattina in aula, al processo in corso al tribunale di Viterbo, ha assicurato di non aver minacciato nessuno, la sera del 6 marzo, nel bar di Vetralla dove era andato a giocare ai videopoker.
Semmai, secondo quanto ha raccontato ai giudici e al pm Stefano D’Arma, il minacciato sarebbe lui. “Il bar chiudeva alle 22 – ha spiegato l’imputato al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone (a latere Eugenio Turco e Rita Cialoni) -. Erano appena le 21 quando sono entrato. Ho chiesto educatamente al titolare di giocare e lui aveva accettato. Ma il suo amico, col quale in passato ho avuto degli screzi, si è intromesso e ha cominciato a dire che gli avrei fatto fare mezzanotte. A quel punto mi si è aperto il giubbotto e hanno visto il fucile. L’amico del titolare è uscito ed è tornato impugnando un crick“.
Nessuno si è ferito. Il crick non è stato usato, né l’imputato ha sparato. Ma avrebbe minacciato di farlo, secondo quanto affermato dal titolare del bar che, ascoltato anche lui stamattina in udienza, ha presentato una versione dei fatti totalmente opposta. “Gli ho vietato di giocare perché stavamo chiudendo – ha raccontato l’uomo -. Mi ha risposto che non gliene fregava niente: aveva perso dei soldi e doveva recuperarli”. Poi l’estrazione del fucile, che per il proprietario del bar non sarebbe stata “accidentale”, come descritta dall’accusato, ma cosciente, voluta e rafforzata da una frase ancora più esplicita: “Ti ammazzo!”. Ma l’imputato nega.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Delle Monache, ha insistito soprattutto sui motivi che spingevano il suo assistito a girare armato. “In Sicilia, anni fa, sono successe alcune cose che mi hanno segnato – ha detto l’imputato -. Se le avessi raccontate a qualcuno, mi avrebbero ammazzato. Così, quando ho trovato quel fucile, tre mesi fa, mentre raccoglievo le olive in campagna, ho deciso di tenerlo per difendermi. Se poi mi fossi trovato a doverlo usare, subito dopo mi sarei ucciso”.
Il fucile che l’uomo aveva con sé era a canne mozze e con matricola abrasa. I pezzi sono stati trovati dai carabinieri di Vetralla dentro a due vasi e sopra la ruota di un’auto in sosta. Da qui l’accusa di detenzione e alterazione di arma clandestina, oltre a quella di minacce.
Arrestato subito dopo il fatto, è rimasto per otto mesi al carcere Mammagialla. Poi, dopo vari atti di autolesionismo, tra cui un tentativo di tagliarsi le vene, è stato trasferito un mese e mezzo fa in un reparto protetto del carcere di Rebibbia.
Il suo avvocato ha avanzato la possibilità di far eseguire una consulenza tecnica per verificare la capacità di intendere e di volere dell’imputato. Sulla richiesta, il collegio dei giudici si è riservato, in attesa di consultarne la cartella clinica, che il carcere romano dovrà fornire al tribunale. La seduta è aggiornata al 10 gennaio.
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