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Idee@informazione - Nello Celestini regala alla città i suoi ricordi in una intervista densa di grandi emozioni

La Macchina di Santa Rosa ai viterbesi

di Giuseppe Ferlicca
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Nello Celestini

Massimo Mecarini con Nello Celestini

Nello Celestini con Carlo Galeotti

Nello Celestini con Carlo Galeotti

– E’ il presidentissimo, è Nello Celestini, il padre dei Sodalizio e i Facchini in qualche modo sono suoi figli. Dal dopoguerra, quando la Macchina di Virgilio Papini partiva da piazza Fontana Grande perché San Sisto era stata distrutta dai bombardamenti, lui era una stanghetta, quindi capo facchino con Volo d’Angeli nel 1968 e dal 1978 anche presidente. E oggi la carica onoraria (fotocronaca* video).

Una storia lunga più di sessant’anni che ancora continua, ripercorsa nel quarto appuntamento di Idee@informazione voluto da Unindustria, Cassa Edile e Tusciaweb, con ospite il presidente attuale Massimo Mecarini. Intervistato dal direttore Carlo Galeotti, Celestini ha raccontato con passione i momenti più belli e quelli difficili. In modo schietto. Tanto nel mostrare tutto il suo amore verso Volo d’Angeli, la Macchina più bella per lui, quanto nell’ammettere in modo altrettanto chiaro quanto l’ultima a lui proprio non sia piaciuta. Lui la vede così: la Macchina ai viterbesi. Non solo il tre settembre, ma anche in fase di realizzazione.

Oggi per il trasporto la città è gremita in ogni suo spazio lungo il percorso. Nel 1946 non era esattamente così. “Non c’era molta gente in giro – dice Nello Celestini – è stato il fermo di Volo d’Angeli a dare popolarità in tutto il mondo alla Macchina. Prima si partiva dall’ex tribunale, per via delle macerie a porta Romana. Era il dopoguerra. La Macchina di Papini era alta diciotto metri”.

Ricorda ancora nitidamente il suo primo trasporto. “Ero stanga anteriore, uno dei più alti. Mi dissero subito, Nello stai attento all’alzata, tu sei nuovo. Al sollevate e fermi danno da dietro una botta forte e la Macchina va in avanti e si prende subito un’accollata.

Pesava, nonostante fosse non molto alta”. E quella volta che il percorso fu modificato, fino al Sacrario con la Macchina di Salcini. “Da piazza del Teatro, poi tornando indietro. Solo che tirava un forte scirocco e si spensero tutti i lumini. D’elettrico non c’era niente. Sentimmo qualche fischio perché era spenta”. Per chi sta li sotto, non è molto piacevole. “Arrivati di nuovo a piazza del teatro, sfortunatamente quattro o cinque romani si avvicinarono dicendo, questi sarebbero i fiacchini? Allora partirono parecchi “sganascioni” e qualche acciuffata. Devo dire che per strada la cosa era stata premeditata”.

La Macchina allora era guidata dal costruttore, lo prevedeva il capitolato d’appalto. Con Zucchi e Volo d’Angeli Celestini era capofacchino, ma non guidava.

“Lui era un costruttore facchino, sapeva quello che faceva. Deve essere così. Per guidare il gruppo devi essere prima stato sotto. Io ero lì, ma il sollevate lo dava lui. Il capo facchino è un lavoro di grande responsabilità e per fortuna oggi ne abbiamo uno molto bravo”.

Nemmeno il più bravo probabilmente sarebbe riuscito a evitare che nel 1967 Volo d’Angeli si fermasse in via Cavour.

“Ricordo che la prima fila era stanca, non ce la facevano più. Più di una decina di facchini si erano tolti su un totale di ottanta, la mia convinzione è che fosse troppo pesante, molto più delle altre. C’era poi l’altezza, 31 metri. Nessun facchino era mai andato sotto con una simile altezza. Hai voglia a dire è tutto a posto, erano impressionati, pure il fattore psicologico ha contato.

Si è fermata, ma non lo so se lungo il corso ce l’avrebbe fatta a passare, per me no”. Modificata, dall’anno successivo fu un trionfo. Una Macchina che nasce così male, per i viterbesi diventerà la più bella. “Per me Volo d’Angeli è la più bella”.

Rimase per undici anni. “Era tanto richiesta e quindi fu fatta ripassare sempre con successo, realizzata da un viterbese, un artigiano che è riuscito a fare un capolavoro, gli farei ancora tutti gli applausi di questo mondo. Poi va anche detto che il Comune non aveva tanti soldi e fu una fortuna che Volo d’Angeli piacque così tanto”.

Nel 1978 la nascita del Sodalizio. “Fui avvicinato dal sindaco Rosato Rosati e mi disse che così non si poteva andare avanti. C’erano tante chiacchiere e così nacque il Sodalizio. L’elezione la facemmo all’ex discoteca Snoopy al Pilastro, indetta da Zucchi. Furono eletti capo facchino e presidente. Ero io entrambe”.

Nel 1984 trasporto straordinario di Spirale di Fede in occasione della visita del Papa. “Lo invitai io durante una visita in Vaticano, gli parlai. Il giorno del trasporto, ricordo una pioggia mai vista prima, ma incitai i facchini e partimmo. Il Pontefice scese lui in piazza a salutarci”.

Due anni dopo è il primo trasporto per Armonia Celeste di Joppolo e Antonini, del costruttore Socrate Sensi. Un altro esordio difficile.”Arrivati sul sagrato di Santa Rosa, Sensi si scordò di dare l’ordine di togliere i moschettoni delle corde. Appena fatta la svolta, la Macchina si è inclinata, ho tolto il microfono a quello che la guidava (Sensi), sono andato a vedere che tutti stessero bene, diedi poi il sollevate e fermi e riuscimmo a metterla al posto giusto. Reclamammo poi in Comune e ottenemmo dall’anno successivo che la guida venisse affidata al Sodalizio”.

Il ricordo di quel tre settembre è ancora oggi vivo nella mente dell’attuale presidente Mecarini e del capo facchino Rossi.

“Pesava tantissimo, quando si è inclinata siamo rimasti tutti fermi, chi in ginocchio, perché nessuno deve abbandonare la Macchina. Immobili, aspettando un comando. Sentivamo solo le grida della gente, momenti di vero terrore. Poi udimmo la voce di Nello, ci incoraggiava.

Il suo intervento fu provvidenziale. Dopo averla sistemata, in effetti l’abbiamo sollevata di nuovo, perché la Santa dava le spalle alla basilica. Non potevamo lasciarla così.

Dobbiamo molto a Nello, ci ha salvato la vita”. Dal 1987 il trasporto fu affidato al Facchini.

L’attuale Macchina, Fiore del Cielo, a Celestini proprio non piace. “Nel modo più assoluto non mi piace. L’uomo che l’ha costruita è un ottimo artigiano, chi l’ha progettata parlava tedesco.

Il Comune la deve far fare a Viterbo. Quella di Ascenzi era bella, un’opera d’arte, avrei scelto quella. Il Sodalizio per me deve far parte della commissione che sceglie la Macchina”.

D’accordo con il consigliere comunale Maurizio Federici che dopo una prima scrematura affiderebbe ai viterbesi la scelta finale. “Mi trova d’accordo”.

E sul giro delle sette chiese: “Percorrere quattro chilometri prima di portare la Macchina non è un gioco. Io inviterei i preti delle chiese al ritiro e così stanno tutti insieme e noi non camminiamo”.

Oggi come tanti anni fa, una certezza. “Voglio un bene infinito a Santa Rosa”.

Giuseppe Ferlicca


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24 marzo, 2012

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