– Negli Stati Uniti non esiste casa dove non ci sia una bandiera a stelle e strisce. Da noi, se va bene, bandiere se ne vedono ogni quattro anni, in occasione dei mondiali di calcio (video: Ve la racconto io l’America…).
Le differenze tra due popoli non sono una questione di bandiera, ma l’esempio rende bene quanto siano mondi che, pur comunicando tra loro, restano distanti.
Corrado Maria Daclon, giornalista e saggista, segretario della fondazione Italia – Usa, ha raccontato la “sua” America ieri sera nel terzo incontro di “Idee@informazione”, organizzato da Unindustria Viterbo, Scuola edile e Tusciaweb, con la collaborazione dell’associazione Ideas, alla sede della Scuola edile in via Alessandro Volta. A intervistarlo, il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.
“Negli Usa – spiega Daclon – c’è una straordinaria compattezza del contratto sociale. Chi vuole andarci a vivere lo fa per entrare appieno in quel contratto, aderire a un principio di vita, essere americano”.
Qualcosa in più di uno stile di vita. “Lo stile lo si cerca magari andando a vivere a Montecarlo. Chi ci sta non si sente fiero di essere monegasco, ci sta bene e basta, manca il senso d’identità. Negli Usa non c’è casa dove non ci sia una bandiera, da noi se ne vedono ogni quattro anni per i mondiali”.
Oltreoceano spiegare alcuni meccanismi made in Italy è quasi impossibile. “Ad esempio come si cambi così spesso presidente del consiglio, oppure come alcuni parlamentari se ne vadano da un partito per passare a un altro o fondare una nuova formazione. Incomprensibile.
Mai capitato che trenta democratici si siano staccati formando un gruppo di responsabili al congresso americano. Ma non è mai capitato nemmeno in Germania, Inghilterra o Francia. Noi abbiamo da sempre certe disfunzioni. Basterebbe poco per correggerle. Una riga del regolamento. Sarebbe sufficiente dire che una volta eletti non si può cambiare partito”.
Forse anche per questo portare pezzi del sistema americano in Italia sarebbe difficile. “Tutto lì ha origine da un contratto sociale, da gente che ha scelto di stare insieme dandosi quelle regole. Basti pensare che per trecento milioni di persone ci sono solo cento senatori e tutto funziona. Se dovesse essere rispettato il rapporto con il Senato italiano, ce ne dovrebbero essere seimila. Non mi sentirei di importare questi meccanismi, difficile forzare la natura umana”.
L’11 settembre è stato un tremendo spartiacque per il popolo americano. “Lo hanno vissuto diversamente da come avremmo potuto fare noi. L’ultima invasione in America fu quella inglese nel diciottesimo secolo.
Da allora nessuno straniero ha messo piede nel Paese con intenzioni bellicose. Ecco perché al momento dell’attentato sui cieli statunitensi volavano solo quattro aerei di controllo. Gli americani sono stati colti di sorpresa, impreparati. Molto più di quanto non lo sarebbero stati a Berlino, piuttosto che a Londra o a Madrid, dove un attentato se lo possono immaginare”.
Si aspettava l’elezione di un presidente di colore? “Ritengo che vedremo cose ancora più clamorose. Prima di un presidente nero ci sono stati due segretari di stato neri, Colin Powell e Condoleezza Rice, lei nata in Alabama, povera, cresciuta in un ghetto e che abbiamo visto intrattenere diplomatici al pianoforte o conversare in russo. In quel momento ho capito che in America tutto è possibile”.
Oggi le primarie repubblicane stanno appassionando gli americani. “La situazione è confusa e c’è il serio rischio che si arrivi alla convention repubblicana con più candidati, perché nessuno raggiunge il numero di consensi necessario. Tutto sarà più chiaro da mercoledì, dopo il super martedì, quando voteranno undici stati”.
Le possibilità per Obama di essere rieletto dipendono molto dall’andamento economico. “Si dice che l’americano vota con la mano in tasca. Fino a poco tempo fa Obama aveva la stessa popolarità di Bush, bassa. Oggi non avrebbe difficoltà a essere rieletto, per effetto della ripresa in atto.
Chi non ha lavoro o casa incolpa il presidente, anche se la colpa non è sua. Se l’economia riprende, il secondo mandato lo otterrà senza troppi problemi.
La disoccupazione negli Usa è arrivata al 10%, non accadeva dal 1972. Mai nessun presidente è stato rieletto con un tasso di disoccupazione sopra l’8%”.
E se si perde un lavoro: “Significa per molti mettersene a cercare un altro, seppure sia molto difficile. Qui da noi si dedica tempo alla protesta, lì è inconcepibile”.
Daclon è balzato agli onori della cronaca lo scorso anno quando durante il processo Kercher a Perugia fu vicino ad Amanda Knox, la ragazza americana prima condannata per omicidio e poi prosciolta in appello.
“La vicenda stava prendendo risvolti diplomatici a livello internazionale. Con la fondazione ho organizzato un incontro in carcere con una delegazione parlamentare e una giornalista della Associated Press, per verificare che Amanda non fosse sotto vessazioni o costrizioni.
Ho continuato a incontrarla fino all’appello. Quando è partita, Amanda ha scritto una lettera ed è l’unico testo diffuso per ringraziare chi in Italia, anche tramite la fondazione, le era stato vicino”.
Giuseppe Ferlicca
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