Riceviamo e pubblichiamo – Avendo letto sulle vostre pagine on-line il resoconto dell’intervento di Paoli Mieli, fatto a Viterbo nei giorni scorsi, sono stato molto colpito dalla sua interpretazione dell’attuale fase sulla riforma del lavoro.
Riporto per intero il passo in questione : “In tutti i paesi civili l’articolo 18 non c’è. Esistono filtri, ma si può licenziare. Oggi i licenziamenti in blocco in Italia si fanno. L’articolo 18 riguarda quelli individuali. In caso di discriminazioni o per disciplina vanno tutelati i lavoratori, ma per motivi economici la tutela non tiene. E poi perché un’impresa dovrebbe licenziare persone brave di cui si fida?
Abolirlo servirebbe invece a far sì che molte aziende che oggi si tengono al di sotto dei quindici dipendenti, ne potrebbero assumere di più. Ovviamente le ragioni economiche dei licenziamenti devono essere reali. Oggi esistono quaranta tipi diversi di lavoro precario, per aggirare l’articolo 18, anziché assumere a tempo indeterminato”.
Tuttavia l’argomento rimane delicato e non solo sotto il profilo sindacale delle tutele. “Chi dirà che l’articolo 18 rappresenta un problema – osserva Mieli –, si vedrà arrivare addosso qualcosa. E’ come una carta moschicida per attentati. E’ successo per D’Antona, Biagi, persone fino al momento dell’attentato poco conosciute, se non nel loro ambito di giuristi del lavoro”.
Anche questo intervento, come quasi tutti quelli pubblici tenutesi sul tema, denotano la cronica incuranza italiana di farsi fare sempre il lavoro dagli altri. Cioè che pochi hanno mai letto il comma 1 del tanto decantato art. 18.
Purtroppo gli altri accettano per buone le spiegazioni del personaggio pubblico di turno che sviscera interpretazioni del caso. Va detto che all’attualità anche in Italia si può licenziare per giusta causa, con la possibilità di essere reintegrati qualora si provi la non giusta causa (vedi il caso dei compagni dipendenti Fiat reintegrati a Melfi). Infatti il titolo dell’art. 18 è “Reintegrazione nel posto di lavoro”. La mancanza di commesse, dunque mancati introiti, (causa economica) è giusta causa? Sicuramente è giusta causa, come giusta soluzione è predisporre adeguate misure di prevenzione sociale.
Come si può imporre a un imprenditore in gravi situazioni economiche, di non licenziare. Non si hanno notizie di scellerati attacchi sindacali, o da parte dei dipendenti, avverso tutti quegli imprenditori che soffrono il momento attuale (qualcuno di questi purtroppo a fatto scelte veramente estreme togliendosi la vita), ma sicuramente forme di lotta (scioperi e rispetto delle Leggi) verso quelle imprese che invece nel momento attuale cavalcano il tempo delocalizzando e chiudendo floride realtà produttive ( la situazione della Sardegna dovrebbe insegnare qualcosa).
Ora invece con l’attuale situazione si configurerà proprio quello che il giornalista si pone come una situazione inverosimile, il licenziamento di brave persone di cui la ditta si fida. Con la nuova norma si potrà sicuramente licenziare persone scomode (vedi sempre il caso Melfi, che, se già al tempo era attuale la nuova norma, non avrebbe dato l’esito di ora, ma solo poche mensilità di risarcimento).
Sicuramente andrebbe detto che se proprio si dovesse intervenire per una modifica all’art. 18, si potrebbe prevedere di estendere la possibilità di ricorrere al giudice, per la verifica della giusta causa di licenziamento, a tutti i lavoratori compresi quelli assunti in ditte con meno di 15 dipendenti.
Anche questi sono lavoratori come gli altri.
Oppure prevedere un nuovo comma per descrivere dettagliatamente le giuste cause, per limitare inutili ricorsi al giudice.
Personalmente non credo che con la possibilità di licenziamento indiscriminato si otterranno gli agognati posti di lavoro che potranno occupare l’attuale esercito dei disoccupati ( facendo gli opportuni paragoni con tutti quelli che conosco di disoccupati, i dati Istat forse andrebbero aggiornati in negativo), in quanto se c’è effettiva produzione si assume, non si licenzia.
Per oltre 10 anni sono stato un metalmeccanico, e non ho visto mai licenziare nessuno in piena produzione, neanche i manovali, figurarsi figure professionali ad esempio i saldatori, formati a proprie spese dalle ditte.
Con un colpo di spugna si vorrebbe cancellare quello che anni e anni di dura lotta sindacale e umana hanno portato in dote alle generazioni future, quelle battaglie che hanno fatto si che una delle norme principali del diritto del lavoro, la Legge 300/70 “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, pensata in difesa dei lavoratori nonché dei datori di lavoro. Ma soprattutto tutti quelli che controbattono sulla cancellazione del diritto non fanno certo attività eversive o sono attentatori, ma pretendono un rispetto di Legge. Oppure si potrebbe prevedere di applicare le disposizioni della Legge 300/70 anche a quelli che ora si sentono fuori da tali logiche, tra cui i politici di tutti i livelli dipendenti del popolo.
Giuseppe De Paolis
Delegato Provinciale Cgil Viterbo
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