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Idee@informazione - Paolo Mieli promuove il governo Monti e illustra la nuova geografia politica del paese

“In tutti i paesi civili l’articolo 18 non c’è”

di Giuseppe Ferlicca

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Paolo Mieli

Domenico Merlani con Paolo Mieli

Paolo Mieli alla Scuola edile

Paolo Mieli con Carlo Galeotti

Paolo Mieli con i vertici della Scuola edile

– Chi stacca la spina a Monti non si piglia la scossa, ma un pesante sbalzo dello spread (video).

Una grossa responsabilità che al momento nessun partito ha il coraggio di prendersi. Il premier può continuare a governare, seppure a volte a corrente alternata. Ne è convinto Paolo Mieli, giornalista, storico e saggista, ospite a Viterbo dell’appuntamento Idee@informazione voluto da Unindustria, Scuola Edile, Tusciaweb e Ideas. Rispondendo alle domande del direttore Carlo Galeotti e alle curiosità dei presenti, Mieli ha raccontato come vede l’Italia nell’era del professor Monti.

“Sono certo – dice Mieli – che il Pd non staccherà la spina. Chi lo fa si prende una grossa responsabilità. Posso sbagliarmi, ma credo che oggi nessuno abbia tutto questo coraggio. Il rischio sarebbe grande”.

Di fronte a noi due possibilità Dentro o fuori dall’Europa. “Siamo in ballo e dobbiamo fare tutto il possibile. Nemmeno chi sta peggio di noi, come la Grecia, è uscito dall’Europa. Sarebbe una catastrofe.

Se dicessimo addio, la pagheremmo cara. Dobbiamo pensare che abbiamo qualcosa come duemila miliardi di euro di debito, ogni italiano ha una fetta di 33mila seicento euro”. Di fronte a certi dati, c’è poco da discutere.

Questa estate nel bel mezzo della tempesta, la politica, spinta dalle raffiche di una violenta crisi, ha ceduto il passo. “Eravamo su un’arca dove Noè non c’era e allora abbiamo dato il comando a Monti, ma in questi giorni è bastato che lui andasse in Asia, pronunciasse qualche frase poco gradita, che i partiti rialzassero la testa.

Così lo spread ha ripreso a volare e la crisi si è rimessa in moto. Non c’è consapevolezza nel mondo politico della reale situazione”. Perché la politica teme i tecnici. “Quando è arrivato Ciampi doveva rimanere due giorni, invece si è visto quanto è rimasto, ma lo stesso è stato per Dini. Anche Berlusconi doveva contribuire a dare un nuovo assetto alla realtà italiana, avere un limitato periodo di celebrità, anche in questo caso è andata diversamente. Si capisce come gli apparati politici non vedano di buon occhio i professori”. Questione di sopravvivenza.

Se e quando si uscirà dalla crisi, a quel punto si dovranno affrontare i veri problemi. “Aggredire la spesa pubblica, tagli alla politica, vendere il vendibile. Non basta mettere un tappo, va affrontato il problema alla radice”.

Ce la passiamo poco bene, ma non è tutta colpa di Berlusconi. “Di buono il suo governo ha avuto Tremonti. Per tre anni ha retto il timone dell’economia in un momento di crisi, mentre la ricetta della sinistra era spendere, aprire, dare fiducia.

La sinistra di piazza è in mano a demagoghi. Sono faciloni, non hanno una soluzione. Tassare i grandi patrimoni, eliminare le spese militari sono cose dette tanto per dire. Il risultato delle mobilitazioni in Grecia, ad esempio, è che stanno peggio di prima e pure noi”.

In un quadro complesso, Berlusconi ha avuto un’intuizione: “Ha capito ad agosto che era finita, altrimenti mai si sarebbe ritirato. Avendo realizzato che eravamo al baratro, nessuno gli rivolgeva più la parola, all’estero lo consideravano un satrapo alle prese con ballerine mentre il Paese affondava, ha lasciato. Sa bene che se spingi una nazione verso il fondo, poi ti linciano. Si rischia una piazzale Loreto…

La sinistra d’altro canto era consapevole di poter vincere in quel momento le elezioni, ma la loro ricetta va bene per la piazza, non per governare la crisi”. Quindi, tappeto rosso bypartisan per Monti. Che comunque non ha vita facile. Sulla riforma del lavoro, ad esempio.

In tutti i paesi civili l’articolo 18 non c’è. Esistono filtri, ma si può licenziare. Oggi i licenziamenti in blocco in Italia si fanno. L’articolo 18 riguarda quelli individuali. In caso di discriminazioni o per disciplina vanno tutelati i lavoratori, ma per motivi economici la tutela non tiene. E poi perché un’impresa dovrebbe licenziare persone brave di cui si fida?

Abolirlo servirebbe invece a far sì che molte aziende che oggi si tengono al di sotto dei quindici dipendenti, ne potrebbero assumere di più.

Ovviamente le ragioni economiche dei licenziamenti devono essere reali. Oggi esistono quaranta tipi diversi di lavoro precario, per aggirare l’articolo 18, anziché assumere a tempo indeterminato”.

Tuttavia l’argomento rimane delicato e non solo sotto il profilo sindacale delle tutele. “Chi dirà che l’articolo 18 rappresenta un problema – osserva Mieli –, si vedrà arrivare addosso qualcosa. E’ come una carta moschicida per attentati. E’ successo per D’Antona, Biagi, persone fino al momento dell’attentato poco conosciute, se non nel loro ambito di giuristi del lavoro”.

Se l’Italia invece ha avuto il suo Monti, difficilmente la politica a Viterbo potrà confidare sull’aiuto di un professore.

Non lo vedo trasferibile come modello a livello locale. Prendere un professore dal liceo e farlo diventare sindaco non credo sia possibile, farebbe cose bislacche. E poi la politica ci vuole”.

E gettando l’occhio alle prossime elezioni politiche: “Per adesso tutta acqua va al mulino di Casini.

E’ nella condizione di Craxi, una piccola forza ma in uno snodo particolare. Tutte le strade passano da lui. Il centrodestra è malmesso, discutono sulla Rai, su un direttore di tg. Non sono capaci di comunicare in modo adeguato, candidati a perdere, anche se l’Italia è un paese da questo punto di vista imprevedibile”.

Giuseppe Ferlicca


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31 marzo, 2012

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