![]() Andrea Danti |
– Gli è stato diagnosticato un tumore e asportato un pezzo di polmone. In realtà, aveva la tubercolosi.
Protagonista della vicenda un 60enne di Tarquinia, D.B., che ha citato in giudizio le Asl di Grosseto, Roma San Camillo e il professor Massimo Martelli, che lo aveva operato.
I fatti risalgono al 14 gennaio 1999. L’uomo, all’epoca 47enne, si reca all’ospedale di Grosseto per una visita.
La diagnosi è terribile: neoplasia polmonare destra a carico del lobo superiore. In pratica un carcinoma al polmone.
L’uomo dev’essere operato d’urgenza e si rivolge all’équipe del professor Martelli, dell’ospedale San Camillo di Roma. L’intervento si svolge a distanza di poche settimane dalla visita a Grosseto, il 22 febbraio 1999. Gli viene asportato, peraltro, il lobo inferiore del polmone e non quello superiore.
Dimesso, scopre che la diagnosi era diversa da quella iniziale. Non più un tumore, ma tubercolosi. Si pensa subito a una sostituzione del vetrino dell’esame istologico di D.B. con quello di un altro paziente, cui sarebbe invece stata diagnosticata una tubercolosi al posto di un cancro. Un sospetto che diventa certezza al processo civile al tribunale di Roma, quando l’avvocato Andrea Danti, che ha sempre assistito D.B., chiede e ottiene l’esame del dna.
Pochi mesi fa la sentenza, che ha condannato le Asl e il professor Martelli a un risarcimento da 80mila euro, più il pagamento delle spese legali, per altri 20mila euro.
Tre i profili di illiceità che sarebbero stati accertati dal tribunale. Primo: lo scambio del vetrino dell’esame istologico, ad opera dell’ospedale di Grosseto. Secondo: la totale mancanza di ulteriori accertamenti clinici, dopo quelli dell’ospedale di Grosseto, che il San Camillo avrebbe dovuto svolgere, prima dell’operazione. Terzo: mancherebbe il consenso informato, in quanto a D.B. era stato chiesto il consenso per l’operazione in base a una diagnosi di cancro, poi rivelatasi errata.
“Dopo tredici anni possiamo dire che giustizia è stata fatta – afferma l’avvocato Danti -. I giudici hanno riconosciuto che si è trattato di un caso di malasanità. Non ci soddisfa, però, l’entità del risarcimento e, in merito, proporremo l’impugnazione, perché il danno è molto più grande di quello stimato dal giudice. Il mio cliente, a causa di complicazioni respiratorie seguite all’intervento, ha dovuto smettere di lavorare. Tutto per un errore che gli è costato l’asportazione di un pezzo di polmone”.
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