![]() Piero Camilli |
![]() L'avvocato Pierfrancesco Bruno |
![]() L'avvocato Enrico Valentini |
– L’accordo sul pareggio di Ancona-Grosseto fu tra i giocatori. Piero Camilli non ne sapeva nulla. Né c’è prova che abbia partecipato alla trattativa sulla combine.
Si difende così il patron del Grosseto calcio, sindaco di Grotte di Castro e presidente del consiglio provinciale di Viterbo.
Oggi comparirà davanti alla commissione disciplinare della Figc per lo scandalo calcioscommesse. Illecito sportivo, l’accusa, che ricade anche sul difensore viterbese della Juve, Leonardo Bonucci, implicato nel filone di indagine di Bari.
La procura federale contesta a Camilli di aver partecipato alla combine di Ancona-Grosseto del 30 aprile 2010. Ma per i suoi avvocati, il presidente del Grosseto non c’entra con le presunte partite truccate. Mattia Grassani e Pierfrancesco Bruno, che lo assistono insieme a Enrico Valentini, lo scrivono in 51 pagine di memoria difensiva, depositata domenica in commissione nazionale disciplinare.
“Il presidente del Grosseto – si legge nella memoria – nulla sapeva circa l’accordo, intervenuto tra i giocatori per finalità di scommesse”. Di quell’accordo, la memoria ripercorre tutte le tappe salienti. Dalla presunta offerta di denaro all’Ancona in cambio della vittoria, al compromesso finale dell’1 a 1. Fino all’entrata nell’affare degli “zingari”, gruppo di scommettitori che lucra sui risultati con le scommesse, comprando informazioni da “calciatori infedeli”. Nel Grosseto, la “talpa” sarebbe stato Filippo Carobbio, che ha ammesso davanti ai pm di aver venduto agli zingari la notizia del pareggio combinato, ricevendo in cambio 7mila euro. La stessa cifra, come raccontato da Carobbio, sarebbe stata intascata anche da due suoi compagni di squadra.
Per i calciatori del Grosseto, erano “i classici due piccioni con una fava”. La memoria difensiva di Camilli specifica che “l’accordo fu raggiunto sia per evitare la prosecuzione del ritiro punitivo” a Norcia, “sia per vendere la gara agli scommettitori”. Ma “senza intervento alcuno di Camilli”.
L’unico che incolpa il patron del Grosseto è l’ex direttore sportivo della squadra, Andrea Iaconi, con il quale il presidente ebbe più di uno screzio. I contatti tra i due si interruppero dalla partita contro il Lecce. Sei giorni prima del match incriminato con l’Ancona.
Iaconi dice di aver avuto l’ok da Camilli per la combine. Ma quando? E perché, se, come dicono i legali, “nessun beneficio di classifica avrebbe portato al Grosseto il risultato di parità”?
Gli avvocati parlano di “clamorose incongruenze”. Scrivono che “Iaconi non ha circostanziato in alcun modo il contenuto delle conversazioni con Camilli” e “cade in contraddizione sulle modalità di ideazione dell’illecito”. Concludono che l’ex ds “ha deciso di plasmare la realtà, inventandosi di sana pianta il coinvolgimento di Camilli”. Un po’ per “accreditarsi agli occhi dei giocatori” e un po’ per “riabilitare la propria posizione”.
Camilli è stato solo “bersaglio facile delle calunnie di coloro che si sono rivelati veri e propri, plurimi, dipendenti infedeli”. Oltretutto, per i legali, il suo diritto a difendersi è stato “compresso” dai tempi-lampo della giustizia sportiva, che ha concesso due soli giorni agli avvocati per pianificare una strategia. La difesa ha chiesto, quindi, un rinvio dell’udienza di oggi, oltre all’ascolto di due testimoni che potrebbero avere molto da dire sui rapporti tra Camilli e Iaconi.
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