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– Le grandi piogge e le alluvioni recenti hanno causato gravi danni anche nella Tuscia e hanno riproposto con forza il problema del dissesto idrogeologico e della fragilità del nostro paese. Di fronte ad evidenti cambiamenti dell’assetto climatico è necessario comprendere cosa deve cambiare anche nel nostro approccio verso l’utilizzazione e la difesa del territorio.
Ne parliamo con il professor Antonio Leone, docente di Tecnica e pianificazione urbanistica all’università della Tuscia (Dafne).
Come possono essere considerati questi ultimi disastrosi eventi climatici?
“Come tutti gli eventi legati al clima, le inondazioni e i dissesti sono fenomeni complessi, che sfuggono alla nostra forma mentis e, in qualche modo, “la beffano”. In questi casi i rapporti di causa/effetto non sono né lineari né univoci, per cui si creano, anche fra gli addetti ai lavori, correnti di pensiero molto diversificate, con “pezzi di verità” spesso opposte nelle conclusioni.
Il ruolo del cambiamento climatico è importante, ma, in questo settore, gli si attribuisce eccessiva enfasi, anche perché la pressione dei media sul “tempo” ha spostato l’attenzione del grande pubblico e, quindi, della politica e dei decisori.
I termini reali e scientifici sono ben chiari e contrastanti con questa tendenza: gli eventi climatici estremi sono in aumento, ma il loro effetto sull’assetto idrologico è di gran lunga inferiore a quello che deriva dal pessimo assetto territoriale che si è venuto a creare negli ultimi decenni. Insomma, c’è un rischio di fuorviare l’attenzione, per concentrarsi su una parte minore del problema, trascurando quella preponderante: paesaggio e territorio.
Il dissesto è frutto dell’interazione fra sistema naturale (il clima in primis) e uso del territorio da parte dell’uomo. Se non si chiarisce e risolve equilibratamente questo rapporto si potranno rappezzare i danni, ma non si sarà risolto nulla”.
Come affrontare allora la questione del “dissesto idrogeologico”?
“Occorre capire le reali cause e agire di conseguenza, caso per caso. Quindi, grandi strategie generali e forte operatività locale.
In tal senso, il primo problema è l’impermeabilizzazione del territorio, causata dalla diffusione dell’edificato e della relativa viabilità: case, capannoni, raccordi autostradali, mega centri commerciali hanno invaso il nostro paesaggio. Ci sono intere aree della penisola ormai interamente coperte dal cemento. Il lombardo-veneto e la grande conurbazione Napoli-Latina-Castelli-Roma sono gli esempi più eclatanti, ma anche il viterbese presenta situazioni rilevanti. Il mio gruppo di ricerca all’Università della Tuscia ha pubblicato vari articoli sull’argomento.
La cosa è facilmente intuibile se si pensa che tetti, cortili, strade sono sostanzialmente impermeabili, ma, al di là del senso comune, anche l’agricoltura intensiva tende a rendere meno permeabile il suolo, con sinergie tutte negative tra città e campagna. Il risultato è che abbiamo costruito un territorio sempre più fragile, che, a parità di pioggia, produce deflussi superficiali sempre più abbondanti e disastrosi, in un crescendo di negatività. Inoltre, quel fragile territorio ha valori esposti sempre più elevati, vedi le inondazioni che sono avvenute in Maremma di recente.
E’ molto importante curare il paesaggio. La vera difesa del suolo si fa con il suo uso accorto, applicando i concetti di sostenibilità ambientale”.
Come dovrebbe essere rivisto l’approccio alla gestione del territorio?
“Oggi dobbiamo re-imparare il confronto con i luoghi e con le risorse locali, riscoprendo la cultura della complessità e della costruzione del “bel” paesaggio. Questa impostazione ha carattere generale, vale per tutti gli ambiti della vita umana, in economia, agricoltura, industria, società e dovrebbe essere la chiave di superamento dell’attuale crisi, che è di sistema.
Venendo a un tema vicino a quello che stiamo trattando: il degrado del paesaggio. Oggi c’è un gran fermento sull’argomento, sul piano culturale, operativo e legislativo. Ma codici, piani e vincoli possono incidere poco se manca il confronto con i luoghi, che è il vero fattore di costruzione e tutela del paesaggio. Con il “bel” paesaggio si può difendere il suolo meglio che con qualunque opera strutturale.
Parafrasando una famosa espressione, oggi dovremmo: pianificare, pianificare, pianificare.
Ovviamente con la dovuta competenza, perché anche questa sembra che sia mancata.
Veniamo da un ventennio negativo su entrambi i fronti: la pianificazione (e spesso la competenza) è in grave declino, perché dà fastidio a chi vuole “fare”. I risultati di queste logiche si sono visti, anche e soprattutto nelle aree più economicamente avanzate dell’Italia, dove il paesaggio è ormai un insieme indistinto di capannoni (spesso vuoti e inutili), svincoli, villette e centri commerciali-ghetto. Poi si è costretti a “sistemare” i fiumi deturpandoli. Per prendere un caso a noi vicino, sebbene qui le cause sono diverse, eclatante è il caso della foce del fiume Marta, dove è stato realizzato un eco-mostro costoso e solo parzialmente utile.
Insomma, il dissesto idrogeologico è un’ottima cartina al tornasole del degrado sociale ed economico che stiamo attraversando. Occorre invertire la rotta su tutti i fronti.
Nello specifico, occorre molta più organizzazione degli enti pubblici preposti, ce ne sono troppi e male organizzati, anche perché fra di essi scatta inevitabilmente un’assurda competizione. Nel 1989 il Parlamento ha prodotto un’ottima legge sulla difesa del suolo, che istituiva le Autorità di Bacino, oggi sostanzialmente smantellate, per una presunta volontà di risparmio, mentre, in realtà, si è lasciato intatto il vecchio apparato frammentato.
Oggi serve un unico piano, che comprenda le varie componenti della questione, dal paesaggio all’urbanistica all’ambiente, quindi chiaro e al vero servizio della comunità. Sarebbe la vera semplificazione anche per chi sul territorio opera ed oggi è angustiato dall’attuale organizzazione barocca”.
Sono in atto ricerche riguardanti queste tematiche?
“È stato appena approvato un progetto, su fondi europei, della Regione Lazio, che riguarda questi temi. Per conto dell’Università della Tuscia, coordinerò un numeroso gruppo di ricercatori e docenti, che comprendono l’Università Sapienza di Roma, alcuni centri di ricerca del Ministero delle Risorse Agricole, Forestali e Alimentari, la Società geografica italiana”.
Bruno Ronchi
Professore ordinario del dipartimento di
Scienze e tecnologie per l’agricoltura, le foreste,
la natura e l’energia (Dafne)
Università degli Studi della Tuscia
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