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Agricoltura, ambiente e ricerca - Intervista al professor Rosario Muleo sul progetto dell'Unitus, leader nazionale nel settore

Alla scoperta del genoma dell’olivo

di Bruno Ronchi - Professore ordinario Unitus
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Rosario Muleo, professore associato di Colture Arboree

Rosario Muleo, professore associato di Colture Arboree

– L’università degli Studi della Tuscia coordina un progetto nazionale di grande importanza per lo studio e la valorizzazione di uno dei settori più importanti dell’agricoltura mediterranea e della provincia di Viterbo in particolare: l’olivicoltura.

Ne parliamo con il responsabile del progetto Olea (Genomica e miglioramento genetico dell’olivo) Rosario Muleo, professore associato di Colture Arboree presso il dipartimento Dafne dell’università della Tuscia.

Perché uno studio sulla genetica dell’olivo?
“Per rispondere ad una domanda così impegnativa, prima di tutto bisogna considerare che la genetica tenta di svelare le informazioni che regolano i meccanismi di funzionamento degli organismi viventi, tra cui le piante. Ciascun organismo, infatti, ha una memoria che eredita dai genitori. Ovviamente, si tratta di una memoria biologica: il dna, che accumula le esperienze compiute a mo’ di una grande agenda, in cui è segnato tutto ciò che accadde e accade,tutto ciò che fu fatto ed è fatto ogni giorno.

Il valore del sequenziamento del genoma dell’olivo permette quindi di conoscere l’informazione biologica posseduta da ciascuna varietà, che le permette di adattarsi, di reagire, di crescere e di produrre. Confrontando l’agenda di ciascuna varietà con quella delle altre, possiamo capire le esperienze specifiche fatte nel corso del tempo e accumulate sotto forma di geni; quindi, in sostanza, comprendiamo la diversità che esiste tra le varietà, la specifica attitudine di ciascuna ad adattarsi agli stress abiotici e biotici, come attua lo sviluppo e la crescita, come produce quantitativamente e qualitativamente, quali pratiche agronomiche bisogna adottare perché sia inserita in una coltura sostenibile e redditizia adeguata ai diversi ambienti.

Tutto ciò vale anche per l’olivo: scoprire e conoscere le informazioni dell’agenda di ciascuna varietà significa individuare geni utili che possono essere trasferiti da una varietà ad un’altra con semplici incroci, oppure, proprio perché la sequenza di ciascun gene è peculiare di ciascuna varietà, si potrà impiegare tale informazione come un codice a barra per identificare e certificare la pianta ed il suo prodotto, anche di un contesto territoriale“.

Che ricadute può avere il progetto Olea nell’ambito del territorio laziale?
“Comprendere quanto detto prima permette agli operatori del settore, dai ricercatori di base fino ai produttori, di intervenire nel territorio, o, sarebbe meglio dire, nei diversi territori della Regione Lazio, attuando piani ad hoc di miglioramento delle cultivar tradizionali, aumentandone la resistenza alle malattie, esaltandone le caratteristiche organolettiche per aumentare la loro capacità nutrizionale e salutistica, valorizzare così al massimo le varietà di ciascun territorio.

Inoltre, in considerazione della tipologia del territorio e delle risorse agronomiche ed economiche, sarà possibile anche aumentare la capacità produttiva dell’olivo, riducendo i costi e gli interventi agronomici adattando la pianta al territorio tramite l’impiego di portinnesti, o, ad esempio, aumentando la dimensione della drupa della varietà Canino, quindi la capacità di accumulo di olio e di sostanze di grande valore per la salute del consumatore“.

Che ricerche sta portando avanti l’Università della Tuscia nell’ambito del progetto Olea?
“In primo luogo stiamo effettuando ricerche, nei laboratori del Dafne, rivolte a identificare geni che controllano e regolano lo sviluppo e la dimensione dell’olivo, l’induzione fiorale e l’alternanza di produzione, la dimensione del frutto e l’accumulo dei composti a forte valore salutistico, così come la resistenza a stress abiotici e biotici.

Stiamo cercando di ridurre l’alternanza di produzione del “Canino” e delle varietà locali del viterbese, cercando di aumentare l’accumulo di composti salutistici, quali i tocoferoli e gli steroli (che combattano il colosterolo). In ultimo, aspetto particolarmente innovativo, stiamo analizzando una classe di piccoli frammenti di acidi nucleici a cui è imputato un ruolo nella regolazione di molti geni umani che intervengono nella regolazione della funzionalità del fegato.

Ci auguriamo che queste ricerche possano avere un pieno sostegno finanziario anche in futuro, al fine di garantire il completamento delle attività sperimentali necessarie e un pieno trasferimento operativo per le diverse esigenze dell’olivicoltura italiana, anche per battere una concorrenza internazionale sempre più forte“.

Bruno Ronchi
Professore ordinario del dipartimento di
Scienze e tecnologie per l’agricoltura, le foreste,
la natura e l’energia (Dafne)
Università degli Studi della Tuscia


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13 gennaio, 2013

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