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– Rapinarono invalido dopo una serata trascorsa insieme a bere.
Il tribunale di Viterbo li ha condannati a cinque anni e 1500 euro di multa.
Termina così il processo a un 34enne romano e a un 35enne di Orte, alla sbarra per la rapina a un 50enne senza una gamba.
Ieri l’epilogo in aula, a distanza di due anni dal fatto. Era settembre 2011.
La vittima passa l’intera serata con i rapinatori. Ridono, scherzano, bevono. Forse sono un po’ alticci. L’invalido racconterà ai carabinieri di aver chiesto un aiuto ai due, per accompagnarlo a casa. Si è sganciato la protesi alla gamba e si è fatto portare a spalla fino al suo appartamento. Ma a un certo punto, la serata prende tutt’altra piega. Già prima di lasciare il bar i due si rivoltano contro l’invalido. Volano schiaffi e pugni, che riprendono una volta arrivati a casa.
Nella denuncia, l’uomo racconta di essere stato buttato a terra, picchiato e minacciato di morte. “Volevano soldi”, spiegherà in aula. Quindi, li fa entrare in casa, dove i due rovistano fino a trovare uno zaino con dentro il cellulare dell’uomo e un portafogli, contenente il bancomat nuovo e il codice. Dalla carta, nei giorni successivi viene prelevata una cifra pari a circa 2mila euro.
Ai due trentenni i carabinieri risalgono dall’esame dei filmati delle telecamere installate sul bancomat. Ma la difesa ha molto da obiettare: “Gli imputati non sono perfettamente riconoscibili dalle immagini”, afferma, nella sua arringa, l’avvocato Virna Faccenda.
Il collega Alessio Paolucci di Roma parla di “una semplice gozzovigliata al bar, sfociata in un furto, non in una rapina. All’uomo non è stata sfilata la protesi: lo ha fatto lui stesso da solo. In più, il referto del pronto soccorso definisce le lesioni compatibili con un incidente domestico”.
Ma il collegio, alla fine, condanna a cinque anni. Tre in meno rispetto a quelli chiesti dal pm Renzo Petroselli che, in più, avrebbe voluto due anni in casa di lavoro e l’applicazione dello status di delinquente abituale. Si tratta di un particolare tipo di pericolosità sociale che i magistrati chiedono raramente e solo per chi ha un consistente numero di precedenti penali alle spalle. Era il caso di entrambi gli imputati, ma il collegio non lo ha ritenuto necessario.
La difesa farà sicuramente appello.
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