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Farnese - Istigazione al suicidio e maltrattamenti in famiglia

Tenta di uccidersi coi tranquillanti, assolto il compagno

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L'avvocato Luigi Mancini

L’avvocato Luigi Mancini

Una depressione terribile. Un male oscuro che per ben due volte l’ha portata a tentare il suicidio con i tranquillanti. Ma la colpa non era del suo compagno. 

L’uomo, un quarantenne di Farnese, è stato assolto dalle accuse di istigazione al suicidio e maltrattamenti in famiglia.

Ieri l’epilogo dopo un processo durato appena qualche udienza, per fatti già vecchi di due anni.

Lei è una 48enne inglese. In aula non c’è. Sono i medici che l’hanno avuta in cura per un periodo a raccontare la sua storia. Una storia di perdite. Di abbandoni sofferti. Il padre muore improvvisamente di tumore al polmone. Il fratello si impicca nell’88. La morte della madre è un altro colpo durissimo. “Il disturbo, in lei, si è manifestato come una specie di senso di vuoto che provoca dolore – ha spiegato uno dei medici ascoltati in aula -. Può succedere soprattutto dopo la separazione da una persona cara. Che sia un parente o un amore”.

Zoologa, la donna arriva in Italia con una borsa di lavoro e viene assunta allo zoo di Roma. Conosce un veterinario con cui inizia una relazione sentimentale e professionale. Aprono uno studio insieme. La storia non dura, ma lui resta per sempre un punto di riferimento per lei, che dopo poco conosce l’imputato. E’ un amore intenso e travagliato. Vanno subito a vivere insieme. Ma la donna soffre: in venti giorni tenta di uccidersi due volte imbottendosi di pasticche. Per il compagno scatta l’arresto per maltrattamenti in famiglia e istigazione al suicidio.

Il suo avvocato Luigi Mancini lo difende appassionatamente. Per la difesa, troppe cose non vanno in quella contestazione.  I “reati incompatibili”. La “competenza che non è del collegio, ma della Corte d’Assise”. Le “incongruenze e gli errori nel capo di imputazione, tra date sbagliate e imprecisioni sulla quantità di tentati suicidi messi in atto dalla donna: due e non tre, come indicato dall’accusa”.

Il pm Stefano D’Arma aveva chiesto l’assoluzione dal reato di maltrattamenti in famiglia e la condanna a due anni per l’istigazione al suicidio, attribuendo al compagno la profonda depressione della donna. I giudici lo hanno scagionato del tutto, assolvendolo da entrambe le accuse con formula piena.

 

 

 

 


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8 maggio, 2013

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