![]() ![]() Franz Di Cioccio ![]() Pfm – Franco Mussida ![]() Pfm – Patrick Djivas ![]() La Pfm ![]() La Pfm ![]() La Pfm ![]() Pfm – Franz Di Cioccio ![]() La Pfm a Viterbo |
– Potenza di voce. Di musica. Di cuore.
La Pfm porta a Viterbo l’abbraccio tra rock e poesia. E la città resta estasiata (fotocronaca).
Oltre 1500 persone, ieri sera, hanno ascoltato lo storico complesso cantare De André al Tuscia operafestival. Due ore e mezza di spettacolo unico, organizzato anche grazie a Gala eventi, tra la Buona Novella del maestro e i pezzi da novanta del gruppo.
Una piazza San Lorenzo stracolma li accoglie. E’ sold out. In platea e sulle gradinate c’è di tutto: dagli under 20 agli over 60. Generazioni diverse per una volta sotto lo stesso palco.
La Pfm entra in nuvola di fumo allo scoccare delle 22. Tra le luci che colorano palazzo papale e le arcate della loggia alle spalle della band, la cornice è perfetta.
Franz Di Cioccio non ha ancora cantato che già ringrazia. “Viterbo è una città bellissima – dice -, ma si fa prima a piedi perché altrimenti è un casino pazzesco”. Proprio così.
Gli basta pronunciare il nome Fabrizio per far partire il primo di una lunga serie di applausi. “Bocca di rosa” è il riscaldamento. Subito dopo, “La guerra di Piero”: storia vera del nonno di Fabrizio e di come va il mondo. “Tutte le guerre sono tristi perché non vince nessuno. Da una parte o dall’altra c’è sempre una madre che piange”, osserva Di Cioccio.
Della Pfm lui è l’anima, il ritmo e la voce. Per tutto il concerto fa la spola tra microfono e batteria. Non si risparmia. Agita in aria il suo tamburello. Balla. Suda. Chiede al pubblico di ballare e sudare: “Al massimo saprete di rock”. Del microfono fa quello che vuole: lo lancia, lo punta contro la platea e lo suona come una chitarra. Dietro a piatti e percussioni, è un demonio inferocito. Quando canta, sa portare la sua voce ovunque.
Franco Mussida è padrone del palco quanto lui. Un’altra voce che tutto può. Ha lunghi capelli bianchi e un aspetto più pacato e gentile. Ma il suo timbro fa vibrare e sciogliere. “Zirichiltaggia” in sardo è uno scioglilingua che lui conosce a memoria. Il pubblico apprezza. Partecipa. Si diverte e applaude. Un’ovazione tutta al femminile lo accompagna nell’ultima strofa della “Canzone di Marinella”. E’ Mussida a cantare “Giugno ’73”, che “parla di due persone che si lasciano ma si lasciano il segno”. E poi l’intramontabile “Impressioni di settembre”, attesa, voluta e intonata all’unisono dalla piazza.
La prima parte è tutta di Faber. La seconda della Pfm. Restano i giochi di luce su palazzo papale. Ma la musica cambia. La poesia lascia spazio al rock. Il basso di Patrick Djivas è un velluto. Di Cioccio sfida Eugenio Mori alla batteria. Suonano a coppia e suonano tutto. Persino battendo l’una contro l’altra le bacchette. La piazza trema e freme. Impossibile restare seduti. Il ritmo trascina la folla sotto il palco a ballare.
A quella Viterbo che ancora si dimena, sulle note di Celebration e del Pescatore, ricordano un appuntamento importante: “Il 10 settembre uscirà il nostro nuovo cd: Pfm in Classic da Mozart a Celebration. Settembre è un mese che ci ha portato bene. Ma un po’ di passaparola non guasta…”.
Per il gran finale, Di Cioccio vuole un urlo collettivo. Il pubblico esegue, grida e si libera. Un gesto che è come un regalo: svanisce la tensione e resta il sorriso. La felicità di un rock positivo, che parla di speranza. No alla guerra. Sì al talento. Alla musica che unisce padri e figli. Quello di Di Cioccio è un arrivederci: “Prossimamente. Ma non so quando. Spero presto. Io vi amo”. La buona novella è che la Pfm, ieri, è stata qui.
Holly Golightly
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