– Una mascalzoncella di poche parole… (gallery).
E’ Lina Wertmüller, arrivata ieri sera in piazza San Lorenzo a bordo di una Smart, per raccontarsi al Tuscia operafestival. Dopo un giro panoramico della platea è salita sul palco. Inconfondibile nei suoi occhiali bianchi.
Ad accoglierla il maestro Stefano Vignati e il lungo applauso del pubblico.
La regista si è messa a nudo, mostrandosi una donna dalla grande personalità, ma di poche parole.
Il maestro Vignati l’ha incalzata, prendendo spunto da alcuni passi della sua biografia “Tutto a posto e niente in ordine”. Ad arricchire la chiacchierata, oltre i curiosi aneddoti, anche le immagini dei film più conosciuti di Lina Wertmüller.
Sullo sfondo è partito Mimì metallurgico. “I diritti della colonna sonora del film – dice Wertmüller – li aveva una casa discografica tedesca che voleva una cifra enorme. Soldi che noi non avevamo. Allora, feci un imbroglio. Presi la parte musicale da un’orchestra che era fuori diritti e poi ci ho inserito la voce di Placido Domingo. Dopo diversi anni, mentre ero in Spagna con mio marito Enrico Job, su una terrazza, mi vedo venire incontro il tenore. Mi sono detta che sarebbe finita male, perché, di fatto, gli avevo rubato la voce. Non fu così. Anzi, mi disse di essere contento di far parte del mio film. Le sue parole sono state un regalo”.
Quindi l’incontro con Mariangela Melato. “Era una ragazza magnifica. Intanto era una grande attrice, poi era bellissima, intelligente, spiritosa. Bravissima. Potrei parlare anche otto giorni di Mariangela, certo, senza colmare il vuoto che ci ha lasciato. Se n’è andata troppo presto, ma era meravigliosa”.
La nostalgia per la Melato è compensata dai ricordi. “Ancora ho in mente quando Mariangela doveva interpretare il ruolo di Cassandra in una rappresentazione. L’idea era di farla venire fuori dalla scena come una mummia, completamente coperta, con solo un buco per parlare”. Le cose andarono diversamente. “Quando uscì lei, aveva il completino da mummia, ma la faccia scoperta. Si vedeva quindi questa faccetta coi capelli biondi. Mio marito Enrico Job appena la vide, dal fondo della sala, iniziò a urlarle “puttana” e lei che stava recitando, quando lo sentì, non riuscì ad andare avanti. Rimase muta. Una scena indimenticabile”.
Nel cammino della Wertmüller anche il compositore Nino Rota, “l’unico musicista che ho visto comporre dormendo”. “Mia madre gli preparava dei gran bei pranzetti e lui, essendo goloso, se li mangiava tutti. Poi andavamo a lavorare e sul pianoforte, suonava, ma dormiva. Continuava tranquillamente a suonare, dormendo. Non lo posso davvero dimenticare, Ninetto”.
Nei film della Wertmüller, oltre ai contenuti, è protagonista anche la musica, studiata ad arte per la colonna sonora. “Era Enrico a consigliarmi, perché era un grande appassionato di musica, soprattutto quella lirica. Seguivo sempre i suoi suggerimenti”.
Con Travolti da un insolito destino arriva il successo internazionale. “L’ispirazione per il film è venuta in vacanza, quando con un gruppo di amici andavamo in barca lungo le coste della Sardegna per goderci il sole e il mare chiaro. Qui pensai alla storia”.
Dopo l’incontro con il regista Guido Salvini, Wertmüller entra in contatto col teatro. Sarà assistente di De Lullo e a collaborerà con Garinei e Giovannini. Anni intensi, vissuti ancora più intensamente con quelli che la regista definisce “i suoi compagni di giochi”.
Grazie alla sua personalità brillante, Wertmüller entra nelle simpatie di Federico Fellini. “Fellini era un essere straordinario e meraviglioso. Un compagno di giochi e un genio. Gli piacevano molto le donne e amava più il corteggiamento, specie quello al telefono, che arrivare al punto”.
Il primo ciak è con I basilischi. “Giravamo in un paese che stava su una vallata e mentre lavoravamo c’era una banda di ragazzini che ci dava fastidio. Presi quindi un mio collaboratore e finsi di voler girare la scena di una battaglia in fondo alla valle per tenerli lontani. Alla fine mi dimenticai di loro e dovemmo faticare per liberare il mio collaboratore. Lo volevano menare perché si sentivano traditi. Mi misero addirittura un topo morto in macchina. Ma si sa, i ragazzi si difendono come possono”.
Tra i traguardi raggiunti da Lina Wertmüller anche la nomination all’Oscar. Quattro per la precisione e tutte con il film Pasqualino settebellezze. La statuetta non è arrivata, ma la regista ha comunque lasciato il segno. “Dietro l’evento c’è un’organizzazione incredibile e curata nei minimi dettagli. Quella sera, al momento dell’inquadratura tradizionale coi nominati decisi di far sedere al mio posto la moglie del regista Kerrich. Il mio nome non corrispondeva alla faccia sullo schermo. Non è carino fare qualche scherzetto? – domanda ironica rivolgendosi al pubblico -. Vale più questo che l’Oscar… beh no – ci ripensa -, l’Oscar vale moltissimo. Ma si sa, la mia natura è un po’ mascalzoncella”.
Centrale nel film è il tema della sovrappopolazione che l’ha vista scontrarsi con Roberto Rossellini. “Roberto era appassionatissimo di questo argomento e credeva meraviglioso che ci fosse tanta gente. Il contrario di quanto sostenevo io. Discutemmo una notte intera, anche animatamente. La mattina mi mandò tremila rose rosse. Fu così carino ed esagerato. Un cavaliere”.
Si arriva così alla fine di una carriera piena di soddisfazioni. E di una vita densa. Non manca, però una parentesi dedicata all’amore, che in lei è rappresentato dalla passione per il suo lavoro, ma anche dal legame con il costumista e scenografo Enrico Job. “L’incontro più importante della mia vita”, lo ha definito la Wertmüller.
“Non si può parlare di un personaggio come Enrico – conclude la regista -. Sarebbe estremamente riduttivo. Era un artista. Un grande uomo di una grande intelligenza e di una grande cultura. Insomma, in lui, tutto era grande. E anche per me, è stata una grande fortuna incontrarlo. Ho passato 40 anni al suo fianco. E’ stato un bel colpo”.
Prima di lasciare il palco, però, il maestro Vignati ha trattenuto ancora per poco la sua ospite. A lei ha voluto regalare il suo personale ricordo dell’amato Job che nel 2007 ha collaborato con il Tuscia operafestival alla messa in scena delle Nozze di Figaro.
“Era un perfezionista – dice Vignati -. Ricordo una telefonata che gli feci con grande timore perché dovevo chiedergli di fare un cambiamento sulla scena. Tutti mi dissero che mi avrebbe mangiato vivo per questa richiesta. Presi il telefono con coraggio e gli spiegai la situazione. Appena finito, ricordo solo tre secondi di silenzio. Interminabili. La sua risposta fu semplicemente, “va bene”. Straordinario”.
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