– Sarà il giudice a entrare nel merito della faccenda, per cui cercherò di estrarre dallo specifico episodio soltanto alcune riflessioni generali sulla storia del padre a giudizio per aver minacciato dei bulli che angariavano suo figlio. C’è minaccia e minaccia, ovviamente, per cui al giudice starà l’ardua sentenza.
Restano in piedi, però, alcune questioni di fondo che, tanto per complicare le cose, tirano verso direzioni opposte.
La prima: il solidarismo comunitario e la società come “grande famiglia educativa”. In passato – fino a cinquant’anni fa – era l’adulto in quanto tale a gestire una sorta di “educazione comunitaria” alle nuove generazioni. Così, se il giovane era redarguito dall’insegnante, da un vicino o da un qualsiasi altro adulto per qualche marachella o peggio, i genitori gli “davano il resto sopra”: insomma, un patto educativo stabilito tra le varie componenti adulte della comunità per socializzare ed educare i giovani alla vita sociale.
Questa sorta di “vedetta” comunitaria, o meglio di neighbourhood watching (sorveglianza di vicinato) funzionava a tutto campo: quindi, non solo come strumento educativo, ma anche come allerta nei confronti del crimine, del vandalismo, di emergenze locali di qualsiasi genere; è attraverso la solidarietà di vicinato che si realizzavano le condizioni per cui si poteva, per così dire, “lasciare le chiavi sul portone di casa”. In questo contesto, un atto di bullismo (vero) sarebbe stato sanzionato dall’intera comunità e, in primis, dai familiari dei bulli.
La seconda: la prevalenza della legge sul diritto-fai-da-te. In una società complessa la legge non la fanno i singoli, ma le istituzioni; questo, ad evitare che la prevalenza dell’uno sull’altro derivi non tanto da un senso di giustizia, ma da condizioni di potenziale sopraffazione. Nella comunità, in mancanza di regole scritte, emerge il “buon senso comune” che ha però due controindicazioni: intanto, si presta troppo facilmente ad interpretazioni soggettive; inoltre, potrebbe essere stabilito dal più forte (in senso sociale, culturale, ma anche fisico). La legge invece tutela tutti secondo le stesse regole. Così, la società complessa (che non è quella semplice delle tribù e neppure quella avventuriera del west) stabilisce le regole del diritto a prevalenza su quelle di un qualsivoglia buon senso soggettivo.
Come si vede, siamo di fronte a due scenari differenti: ho detto che questa scissione appare più evidente da cinquant’anni a questa parte, perché nel nostro Paese lo spartiacque va fatto risalire all’esperienza del “sessantotto”, a partire dalla quale le regole della democrazia, del rispetto, dell’eguaglianza sono state rafforzate, restituendo a giustizia non solo, e non tanto, i rapporti interpersonali, quanto quelli gerarchici e generazionali. Con grandissime contraddizioni e forzature, beninteso, ma l’obiettivo era, ed è rimasto, questo.
Come giudicare quindi, pur dal di fuori e senza elementi, e quindi solo in linea di massima, l’episodio di un genitore che minaccia (redarguisce?) i bulli persecutori di suo figlio? A quale livello si è realmente spinta la reazione? Chi ha di fatto “guidato” i bulli a farsi tutelare dalla legge? Di fronte a quali effettive situazioni, anche pregresse? Sono domande a cui risponderà il giudice. Qui, resta irrisolto il problema dell’ordine sociale che non è solo problema degli organi istituzionali e di polizia, ma è questione di rapporti tra le persone. Posto che non si possa ricorrere ai tutori dell’ordine pubblico per ogni situazione micro conflittuale (né risponderebbero alla chiamata, impegnati come sono in problemi ben più gravi), quale è la soluzione? L’interrogativo è tutt’altro che peregrino: ricordiamoci che, di fronte all’impossibilità di far conto sulle istituzioni, sono sorte quelle “ronde” di cittadini di ambigua ispirazione ideologica e di tutt’altro che edificante attività operativa; che le conseguenze tragiche di alcuni episodi di stalking sono dovute anche all’inevitabile graduatoria delle urgenza compiuta da Polizia e Carabinieri nelle loro funzioni.
Quale è l’alternativa allora a quella giustizia-fai-da–te che inevitabilmente si propone quando l’occasione, l’episodio non lasciano altre possibilità concrete? Forse la risposta non è semplice, forse le proposte possono essere persino banali, ma sono le uniche che, per così dire, salvano “capra e cavoli”, riportano equilibrio tra ordine pubblico e interesse privato del cittadino. Si tratta di rinnovare il patto tra strutture educative, tra famiglia e scuola, ad esempio, oggi sostituito da un continuo contraddittorio praticato persino a livello legale; si tratta di riprendere, da parte di genitori ormai troppo impegnati a realizzare esclusivamente sé stessi, il controllo dell’educazione dei figli, che appare pressoché affidato alle regole del gruppo dei pari e, soprattutto, dei media; si tratta, ancora, di restituire agli organi di pubblica sicurezza quella reale “prossimità” con il cittadino, al fine di accompagnarlo anche nelle problematicità dei micro conflitti quotidiani e di riguadagnare agli occhi dell’opinione pubblica una reale capacità di tutela quotidiana.
Per tutto ciò sono necessari dei faticosi, ma inevitabili, cambiamenti: uno scatto etico nella funzione genitoriale, un recupero di professionalità nella scuola, un arricchimento delle possibilità di intervento da parte delle istituzioni e, soprattutto, un nuovo patto generazionale, tanto difficile da realizzare in questi nostri tempi, quanto urgente per restituire equilibrio ad una società inesorabilmente avviata verso un far west etico e comportamentale, dove nella guerra di tutti contro tutti alla fine non si salva realmente nessuno.
Francesco Mattioli
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