![]() Alfonso Antoniozzi |
– Alla luce di quanto leggo qui da Buenos Aires, la mia decisione maturata dopo l’esito del primo turno elettorale di non prendere più in considerazione nemmeno la remota eventualità di fare l’assessore alla Cultura si è dimostrata una delle cose più intelligenti che mi sia capitato di fare negli ultimi anni. Abbiate la pazienza di seguirmi e vi spiego perché.
Come dissi in un mio articolo, l’impegno preso con Viva Viterbo e con i suoi sostenitori era imprescindibilmente legato a un progetto: quello di fare dell’assessorato alla Cultura il motore principe della rinascita della città, godendo del massimo dell’appoggio da parte dell’amministrazione comunale e avendo accesso a maggiori stanziamenti: avendo Viva Viterbo perso le elezioni, non intravedevo alcuna garanzia da parte dei due possibili vincitori che questo potesse avvenire.
E infatti, non è avvenuto.
Prendiamo ad esempio la vicenda legata a Ferento. Già un paio di settimane fa rimarcai che organizzare in quattro e quattr’otto tre spettacoli e dare una romanella al sito non mi pareva sintomo di lungimiranza progettuale, ma che aveva tutto l’aspetto di una veloce operazione di facciata. Il tira e molla sui fondi che ne è seguito credo ne sia l’inequivocabile riprova.
Bene hanno fatto assessore e sindaco a dichiarare di volerci rimettere di tasca: quando si prende un impegno col pubblico questo impegno va rispettato ad ogni costo, come sa chiunque abbia avuto la sventura di operare culturalmente in questo territorio (intendo l’Italia) e in questo paese (intendo Viterbo). Ecco spiegato perché gli operatori culturali e gli artisti sono così pazienti con i ritardati pagamenti, che a volte avvengono due anni dopo lo spettacolo proposto. Quando va bene. A volte, anche nella nostra città, non avvengono mai, anche da parte di istituzioni che continuano a godere dell’ampio, seppur talvolta immotivato, appoggio di provincia e comune.
Ma non è questo il punto. Il punto è che se non c’è una progettualità, se non c’è vera sinergia con le forze culturali presenti sul territorio, se non c’è un investimento serio a lungo termine che garantisca di immaginare un’offerta culturale coerente, pertinente e coesa, qualsiasi denaro si investa è, a parere mio discutibilissimo, denaro speso inutilmente.
E’ come se una casalinga non si preoccupasse mai di riempire il frigo, e tutte le volte che deve metter su una cena andasse in rosticceria o ordinasse al catering, salvo poi lamentarsi che i soldi non ci sono per arrivare alla fine del mese. Non riesco a spiegarmi più chiaramente di così.
Perché una città sia culturalmente viva deve ridurre le ospitate al minimo indispensabile, creare dei meccanismi che producano autonomamente spettacoli, far funzionare i suoi teatri creando così nuove realtà occupazionali (tutto quello che riguarda la gestione del teatro, dalle maschere al direttore artistico, è fonte di nuovi posti di lavoro), immaginare modi per portare nuovo pubblico a teatro, al cinema, ai concerti, alle mostre, coordinare attività formative per le nuove generazioni. E via discorrendo.
Sempre a parere mio discutibilissimo, il mestiere dell’assessore alla cultura è quello di immaginare, coordinare e mettere in pratica tutto questo, e di questi tempi anche quello di sbattersi per coinvolgere fondi privati nelle sue operazioni. A questo assessore non serve un “omogeneizzatore di eventi” (bruttissima scelta lessicale) perché l’omogeneizzatore in questione è lui!
Per il mestiere di organizzatore di spettacoli c’è un’altra parola: impresario.
Ora, la condizione di base perché l’assessore alla Cultura possa fare davvero l’assessore alla Cultura è che il comune per cui lavora riconosca alla cultura una valenza prioritaria e garantisca il massimo degli sforzi e degli investimenti perché la città venga trasformata, negli anni, in un centro culturale vivo e vitale. Il che può o non può accadere, intendiamoci, non è indispensabile che accada: un comune può anche decidere di puntare tutto sull’industria, sull’agricoltura, sull’edilizia o su qualsiasi altra cosa, liberissimo.
Ma se ciò non accade, ecco che il ruolo dell’assessore alla cultura diventa appunto quello dell’impresarietto di provincia costretto a chiamare altri impresari, che lo fanno di mestiere, perché lo aiutino a riempire i buchi di calendario come una casalinga, appunto, che ordini la cena in rosticceria.
Il che è esattamente quello che non avrei mai voluto fare io, nemmeno in nome della più nobile delle cause.
Prima di chiudere queste righe, voglio precisare che quanto scrivo non è un attacco al nostro assessore alla cultura.
E’ invece un attacco chiaro e preciso a cosa sia diventato, per la mentalità della politica ma anche per quella di larga parte dei cittadini, il ruolo dell’assessore alla Cultura dopo trent’anni di deriva populista cui abbiamo dovuto assistere, impotenti o conniventi che fossimo.
Duole constatare nei fatti che anche molti tra i politici provenienti da un’area storicamente attenta ai temi culturali stentino ad arrivare alle stesse conclusioni.
Alfonso Antoniozzi
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