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– Cinquecentomila euro di risarcimento e duecentomila euro di provvisionale.
A tanto ammontano le richieste di Singh Gurmel, il 34enne indiano costituitosi parte civile al processo contro i suoi ex datori di lavoro.
Sull’imprenditore di Tarquinia Lucio Tombini e sul suo collaboratore-intermediario Singh Balwinder pesa l’accusa di riduzione in schiavitù. Cinque i lavoratori che sporsero denuncia, tutti indiani, ma mentre gli altri hanno trovato un accordo con gli imputati, Gurmel ha deciso di andare fino in fondo.
L’arringa del suo avvocato Samuele De Santis, ieri mattina, nell’aula bunker di Rebibbia, ha ripercorso tutti i passaggi di quell’odissea scoperta dai poliziotti di Tarquinia nell’estate 2011.
I racconti shock dei lavoratori, raccolti nell’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, parlavano di uno stipendio di appena 100 euro a fronte di 14 ore di lavoro come pastori e factotum nell’azienda di Tombini.
In cinque condividevano una stalla lurida, senza servizi e riscaldamento. Come bagno, avevano un secchio e la notte venivano svegliati dai morsi dei topi. Una vita dura. Difficile. Che i cinque connazionali accettavano solo per paura di ritrovarsi di punto in bianco in mezzo a una strada e senza neppure quei pochi soldi che, ogni tanto, racimolavano.
Per la parte civile erano trattati come oggetti. Prestati agli imprenditori agricoli vicini. Senza alcuna dignità professionale.
Per Tombini e Balwinder, alla scorsa udienza, l’accusa, rappresentata dal pm Tiziana Cugini, aveva chiesto rispettivamente sedici e dieci anni. La prossima settimana parola alle difese. Dopodiché le repliche e la sentenza della Corte d’Assise di Roma. Stesso collegio che ha istruito il processo di via Poma.
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