- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

L’accusa: “Volevano creare il business delle cave”

Condividi la notizia:

Il processo Dazio

Il processo Dazio

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

L'avvocato Sergio Buzzi

L’avvocato Sergio Buzzi, legale di parte civile per il comune

L'avvocato Mirko Bandiera

L’avvocato Mirko Bandiera, per De Paolis

L'avvocato Franco Moretti

L’avvocato Franco Moretti, per i Chiavarino

Viterbo – La voce dei protagonisti dentro il processo.

Parlano gli imputati all’ultima udienza della quinquennale vicenda giudiziaria sulle pratiche sveltite in cambio di tangenti.

La pubblica accusa ha fatto ascoltare le intercettazioni dell’inchiesta “Dazio”. Intercettazioni volute, difese, perdute e poi riammesse al processo come prova della corruzione.

In aula, ieri pomeriggio, sono risuonate le voci di Giuseppe De Paolis, Domenico e Dario Chiavarino, Massimo Scapigliati. Solo l’ultimo ha patteggiato anni fa, ma l’ex responsabile dell’ufficio comunale cave e torbiere è ben più che un convitato di pietra.

Scapigliati non è imputato, ma tutti lo invocano. La sua voce è forte e chiara quando annuncia a De Paolis che sta preparando “quella lettera, per la riattivazione di quella cava”. La cava che i Chiavarino vorrebbero riaprire nel 2008 dopo tre anni di inattività. Il funzionario regionale risponde che “come comune, pensa di lasciarlo molto libero”. “Ma quanto ti voglio bene!”, si lascia andare Scapigliati. E nella seconda intercettazione spera che l’ok dalla Regione arrivi prima di Natale. “Così ci possiamo fare gli auguri”, dice a De Paolis. Frase in cui gli inquirenti vedono una promessa di tangente (Le intercettazioni fatte ascoltare in aula).


L’accusa

Nello schema dei pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, Scapigliati è la cerniera che lega gli imputati. Un punto di raccordo tra gli imprenditori, che volevano far ripartire gli scavi in località Montevareccio, e l’addetto all’ispettorato di polizia mineraria della Regione Lazio, da cui dipendeva il destino di quel progetto.

Secondo l’accusa, i Chiavarino chiedono. Scapigliati esegue.
In dieci giorni ottengono dal comune l’ok a mettere in sicurezza la cava. Ma per i pm è solo un pretesto per ricominciare a scavare in tempi record: per il via libera a una cava possono volerci dieci anni e più. I Chiavarino pagano 10mila euro per la proroga di quell’autorizzazione. Soldi che in parte vanno a Scapigliati e in parte a De Paolis, secondo il disegno accusatorio. Sulla cava, il funzionario regionale lascia carta bianca al comune e, quindi, a Scapigliati. Un “gioco di squadra”, lo definisce il pm, bloccato solo dal superiore di De Paolis.

La richiesta di pena per l’ex funzionario e l’imprenditore è di due anni e quattro mesi. Due per Dario Chiavarino, con la confisca di 10mila euro per De Paolis. Mentre da tutti gli imputati il comune di Viterbo parte civile vuole 100mila euro.

“L’idea era di riprodurre quel meccanismo per un numero indefinito di altre cave sparse nel Viterbese e creare un business – spiega il pm nella requisitoria -. Un sistema per accorciare i tempi e massimizzare i potenziali profitti, quantificati in un milione di euro dagli stessi Chiavarino nelle intercettazioni”.


Le difese

Ma la difesa Chiavarino vede un altro sistema: un percorso in salita, in cui avanzano solo gli imprenditori che pagano. Padre e figlio si prestano perché sanno che senza soldi non si ottiene nulla, spiega l’avvocato Franco Moretti. Ma mentre altri sono considerati vittime, i Chiavarino vengono arrestati, processati e vedono fallire l’azienda di famiglia.

Un’arringa che è un’invettiva contro la procura, in cui Moretti parla di “diversità di trattamento”, “discriminazione” dei suoi assistiti, “scelte incredibili degli inquirenti” e una requisitoria di cui non condivide neanche una parola, perché la cava restò intatta: nessuno scavo e nessuna messa in sicurezza.

Nessuna tangente, aggiunge l’avvocato Mirko Bandiera, che più che l’imputato, racconta l’uomo: il 30 settembre 2009 la forestale bussa alla porta di “Pino”, padre di famiglia e lavoratore esemplare, che finisce in cella senza neanche sapere perché. I 5mila euro che Scapigliati dice di avergli regalato per la cava dei Chiavarino sono fantasie. De Paolis conosce gli imprenditori di Celleno in carcere. Non li aveva mai visti prima.

I consigli che dà a Scapigliati al telefono non sono diversi dalle altre consulenze in quarant’anni di attività. Gli “auguri” non sono tangenti. “Inventarsi qualcosa” non significa prestarsi a chissà quale piano criminale.

Bandiera non vede prove e “senza prove non c’è condanna, ma per assolvere ci vuole coraggio”. A luglio la sentenza.

Stefania Moretti


Condividi la notizia: