(s.m.) – “Da Scapigliati non ho mai ricevuto né soldi, né promesse di soldi”.
Giuseppe De Paolis nega. L’ex funzionario della Regione Lazio è imputato per corruzione davanti ai giudici del tribunale di Viterbo. I pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci lo accusano di aver intascato una tangente per riattivare una vecchia cava in località Montevareccio (Viterbo). Lui, però, esclude di aver mai preso mazzette. Compresi i 5mila euro che Scapigliati dice di avergli “regalato per sveltire la pratica”.
“Con Scapigliati eravamo in buoni rapporti – spiega De Paolis -. Lui lavorava per il comune di Viterbo (all’ufficio cave e torbiere, ndr). Io mi sono occupato di cave e attività estrattive per trent’anni. Sapeva che avevo esperienza e si è rivolto a me”.
De Paolis parla quattro anni dopo il suo arresto. E’ il 30 settembre 2009 quando scatta l’operazione Dazio della forestale. In manette finiscono lui e altre cinque persone. Uno è Massimo Scapigliati, ex caposervizio di Palazzo dei Priori. Gli altri sono i due funzionari della Soprintendenza Giovannino Fatica e Antonio Di Cioccio. Infine, gli imprenditori di Celleno, padre e figlio, Domenico e Dario Chiavarino. Il processo continua solo per loro e per De Paolis: gli altri tre hanno patteggiato anni fa.
Gli inquirenti ipotizzano un sistema preciso: mazzette dagli imprenditori ai funzionari in cambio dello sblocco di varie pratiche. Con l’intermediario Scapigliati che, secondo l’accusa, tratteneva per sé una parte delle tangenti. Una triangolazione che presuppone che De Paolis conoscesse bene anche i Chiavarino. Ma lui smentisce: “Li ho visti per la prima volta in carcere. Ci siamo consolati a vicenda. Mi hanno visto perduto e disperato e sono venuti a parlarmi. Erano giorni durissimi per me”.
Per i pm, i Chiavarino volevano riattivare la cava di Montevareccio. Tornare a estrarre materiale per rivenderlo. Il comune interpella la regione nel gennaio 2009. Risponde De Paolis. “Far ripartire la cava era impossibile – dice -. L’autorizzazione era scaduta. Al massimo si poteva intervenire con una messa in sicurezza. L’ultima parola, però, spettava al comune”. Questo scrive l’ex funzionario in quella nota. Ma al suo dirigente, quel dare carta bianca al municipio non piace: corregge la nota e dà l’ok alla messa in sicurezza, ma non a riattivare la cava.
I magistrati pensano che i contratti di messa in sicurezza con i proprietari dei terreni fossero solo uno stratagemma per continuare a estrarre lapilli e rivenderli. Ma De Paolis non lo sa. “Non ho idea di quali fossero le intenzioni dei Chiavarino. Immaginavo che avessero degli interessi riguardanti quella cava. Resta il fatto che, comunque, non si poteva più riattivare”.
I due imprenditori, all’udienza di ieri, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Per loro l’accusa è corruzione.
Il processo continua a luglio, per cominciare ad ascoltare i testimoni della difesa.
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