Viterbo – (f.b.) – “Non è scappato, si è fermato un attimo dopo averlo investito. Poi è ripartito”.
Lo ha raccontato in aula un conoscente dei ragazzi accusati di aver picchiato e poi investito altri due giovani, poco più grandi di loro, all’alba di domenica 29 novembre 2009 in viale Trieste a Viterbo. I reati contestati ai tre, tutti viterbesi di 27, 26 e 24 anni, sono omicidio colposo e lesioni in concorso.
Secondo l’accusa i tre imputati avrebbero prima riempito di botte le loro due vittime, di fronte a una pizzeria di viale Francesco Baracca. Poi avrebbero investito uno dei due in viale Trieste, subito dopo l’incrocio in uscita da viale Baracca. Il ragazzo alla guida della Pegeout, il 27enne, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, non si sarebbe neanche fermato a soccorrere quello caduto a terra, decidendo di scappare prima dell’arrivo dei soccorsi.
Una versione che invece in parte stride con la testimonianza, seppur contraddittoria e poco precisa, del ragazzo comparso ieri mattina al tribunale di Viterbo di fronte ai giudici del collegio, presieduto da Maurizio Pacioni.
“Stavo rientrando a casa dalla discoteca – spiega il giovane testimone -, erano circa le 5,30. Volevo andare a fare colazione in una pizzeria di viale Baracca, quando ho visto una Pegeout che procedeva su viale Treiste e un ragazzo che cadeva a terra proprio lì vicino. La macchina si è fermato un attimo dopo l’urto con il pedone, ma poi io ho perso la scena di vista perché stavo imboccando viale Baracca e avevo anche altre auto dietro”.
Ma la pizzeria era chiusa e il ragazzo decide di fare inversione e tornare verso viale Trieste, dove c’è un altro bar.
“Tornando indietro sono passato nello stesso punto in cui prima avevo visto il presunto investimento – continua – ma in mezzo alla strada non c’era più nessuno. Il ragazzo che prima era a terra invece stava seduto su una sedia fuori al bar insieme a un amico. Era dolorante e aspettava l’arrivo dell’ambulanza. Non ho chiesto nulla però anche perché nel frattempo attorno a lui si era formato un gruppo di persone”.
Una testimonianza, comunque, tutt’altro che lineare, che ha impegnato giudici, avvocati e il pubblico ministero Massimiliano Siddi per quasi un’ora, tanto che quest’ultimo, a un certo punto, ha perfino chiesto al tribunale di verificare l’attendibilità del teste. Il ragazzo, infatti, in un italiano confuso e poco chiaro, sembrava non sapersi spiegare e gli si è addirittura rivolto dandogli del tu, per poi scusarsi e abbassare un po’ i toni.
Prima di lui sul banco dei testimoni era salito il capitano dei carabinieri Giovanni Martufi che ha ricostruito i fatti di quella mattina, subito dopo l’intervento dei militari in viale Trieste.
“Ci hanno chiamato al 112 – spiega il capitano all’epoca comandante del nucleo radiomobile – dicendo che una Pegeout aveva investito un ragazzo senza fermarsi. I miei uomini l’hanno cercato e rintracciata. A bordo c’erano tre ragazzi e quello alla guida aveva un tasso alcolemico molto superiore i limiti consentiti. Sono venuti in caserma tutti e tre a raccontare le loro versioni, mentre le due vittime erano già state ricoverate in ospedale. Il più grave (il ragazzo picchiato e investito ndr) aveva una prognosi di 20 giorni, l’altro (quello che avrebbe soltanto subito l’aggressione ndr)”.
Per l’accusa, quindi, l’auto non si sarebbe fermata a soccorrere il giovane caduto a terra dopo la botta. Per il testimone, amico dei ragazzi coinvolti, sia imputati che parti civili, sì, anche se per pochi minuti.
Per la guida in stato di ebbrezza, il 22enne al volante della Pegeout è già stato condannato e ha scontato la sua pena con i lavori socialmente utili e con la sospensione della patente per un anno.
Il pm Siddi, per chiarire ogni dubbio, ha chiesto al collegio di effettuare una perizia che possa stabilire la velocità a cui procedeva la macchina quella mattina. I giudici per ora si sono riservati e hanno rinviato il processo al 18 novembre prossimo.
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