Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Finalmente avverto una certa sensibilizzazione verso un tema che mi sta a cuore ormai da circa cinque anni. Finalmente… dico io, perché non ci voleva molto a dedurre che, se si continua a immettere in ruolo senza prima guadarsi un po’ intorno, diminuiscono (o meglio si azzerano!), soprattutto per certe classi di concorso, le possibilità di ottenere sia il trasferimento interprovinciale che le assegnazioni provvisorie.
Ebbene, posta così la questione sembrerebbe di poco conto perché si potrebbe legittimamente obiettare: per quale motivo i docenti titolari fuori provincia hanno accettato l’immissione in ruolo, se la sede era in una provincia diversa da quella di residenza? Osservazione giusta vista dal di fuori… meglio un posto fuori provincia che senza lavoro nella propria provincia.. sei anche fortunato!
Peccato, però, che l’accettazione del ruolo fuori provincia sia stata fortemente condizionata dal fatto che nella propria provincia le possibilità di immissione in ruolo in quegli anni fossero nulle.
E’ come dire a un immigrato: perché sei emigrato lasciando casa ed affetti e te ne sei andato in un altro paese, non avresti vissuto meglio a casa tua? Pensate, in tutta onestà, che sarebbe eticamente giusto rivolgersi così a una persona che ha fatto una scelta così dolorosa? Ebbene, questa è la stessa molla che ha fatto maturare tale decisione a tutti quei docenti che, soprattutto dopo il concorso a cattedre del 1999, su base regionale, hanno accettato il ruolo fuori la provincia di residenza.
Non capisco, però, perché questi docenti debbano pagare a un prezzo così caro questa scelta “obbligata”!
Infatti, il contratto sulla mobilità, tranquillamente firmato ogni anno dai sindacati, penalizza fortemente chi cerca di “rientrare a casa”. Mi chiedo: perché chi ha la sede in provincia (magari immesso anche in ruolo più di recente) può chiedere e ottenere di essere trasferito da un comune a un altro o da una scuola a un’altra nell’ambito dello stesso comune secondo le proprie esigenze familiari e chi è, invece, titolare fuori provincia per le stesse esigenze familiari, non viene preso neanche in considerazione?
Eppure il ricongiungimento al coniuge, ai bambini sotto i sei anni, ai bambini di tutte le età, ai genitori, lo desidera anche il docente fuori provincia. Però a lui no, non è consentito “ricongiungersi” a nessuno.
La beffa, poi, mi sembra ancora più pungente se aggiungiamo che al docente titolare fuori provincia può essere concessa un’assegnazione temporanea (solo fino alla fine dell’anno, per evitare che si abitui a lavorare bene!) poi, a luglio, dovrà ri-dichiarare che:
risiede nella provincia x ma è titolare (suo malgrado!) in quella y;
vorrebbe lavorare nella propria perché lì ha sempre lo stesso coniuge, gli stessi figli, gli stessi genitori, la stessa vita;
nella provincia richiesta ci sono cattedre disponibili nella propria disciplina, sia in organico di diritto che di fatto….
Ma allora … perché non gli si concede il trasferimento?
Il personale docente c’è, basta solo spostarlo quando ne fa richiesta, e successivamente assumerne dell’altro. E’ come se un’azienda decida di assumere nuovi dipendenti per la propria sede di Roma ignorando completamente le domande di rientro che i propri dipendenti romani sparsi per l’Italia reiterano ogni anno! Sarebbe una scelta saggia? Alla faccia della motivazione dei dipendenti e, non meno importante, alla faccia del risparmio energetico che una sede di servizio non lontano da casa comporterebbe.
Consideriamo la questione anche da un altro punto di vista.
Nell’istituzione scolastica dove il nostro docente (quello sfigato) è titolare, continuano ad arrivare ogni anno docenti nuovi per quella materia perché, ovviamente, ogni primo settembre il nostro docente prende servizio nella sede che, forse, gli è stata “concessa” (come una grazia) nella provincia di residenza. Così quell’istituzione scolastica, che ha quelle cattedre ufficialmente occupate, cambierà sempre insegnante ed il nostro docente, dal canto suo, non avrà mai una sede fissa, non potrà vivere a pieno la propria professionalità (funzioni strumentali, progetti a lungo termine, membri di consigli d’istituto…) perché ignora dove dovrà presentarsi il 1^ settembre successivo. E dire che l’immissione in ruolo dopo anni di precariato doveva rappresentare la fine dei cambiamenti infiniti.
Tutte queste considerazioni dovrebbero essere ben chiarite anche alle famiglie, si renderebbero conto di uno dei più mostruosi meccanismi, sconosciuto ai più, per cui i loro figli cambiano così spesso insegnante.
La mia partecipazione al dibattito su la buonascuola, vuole, quindi, essere un accorato appello agli organi di governo e al parlamento affinché colgano l’urgenza di sistemare prima le richieste di mobilità da una provincia ad un’altra poi effettuare le nuove immissioni in ruolo sui posti ancora vacanti. Viceversa, andremo incontro a un disagio sociale non indifferente, visto che i docenti che vivono questa situazione così paradossale e che sarebbero costretti a lasciare la famiglia, sono moltissimi.
I trasferimenti non possono continuare a viaggiare su un vagone di prima classe (per chi è già in provincia) e uno di terza o più infima classe (chi chiede un movimento da una provincia ad un’altra), la graduatoria dovrebbe essere unica e basata esclusivamente sul punteggio; solo così ci sarà equità e non casualità, perché è proprio di casualità che si deve parlare se il movimento richiesto è appannaggio solo di chi è già titolare nella provincia di residenza solo perché si è trovato ad essere assunto in tempi propizi!
Flaminia Parrino
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