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Caffeina - Ieri sera Giancarlo Giannini in una piazza San Lorenzo piena

“Faccio le cose come faccio il pesto”

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Caffeina - Giancarlo Giannini a piazza San Lorenzo

Caffeina – Giancarlo Giannini a piazza San Lorenzo

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Caffeina - Giancarlo Giannini a piazza San Lorenzo

Caffeina – Giancarlo Giannini a piazza San Lorenzo

Viterbo –  “Faccio le cose come faccio il pesto”.

Un artigiano che ama costruire le cose con le sue mani, un uomo di scienza e un bambino per la sua voglia di giocare e recitare. Amante della solitudine e della buona cucina. “Il re del pesto”.

È una veste insolita quella con cui Giancarlo Giannini si è presentato al pubblico di Caffeina ieri sera. Una piazza san Lorenzo piena per ascoltare l’attore che ha parlato del libro “Sono ancora un bambino, ma nessuno può sgridarmi”.

Non un’autobiografia, ma una raccolta di aneddoti e momenti di vita di un attore che si mostra in tutta la sua contraddizione di bambino curioso e adulto solitario. Di uomo creativo e al tempo stesso perfezionista che ama lo studio e la preparazione. Intervistato da Gabriella Greison ha rivelato lati di sé inaspettati.

“Non è un autobiografia – dice Giannini -, ma pensieri e incontri con la fortuna che ho avuto negli anni. Forse è curioso il titolo, nato perché sono stato un bambino molto semplice e mai sgridato dai miei genitori. Pretendo, quindi, che, a una certa età, nessuno possa sgridarmi o dirmi che fare. È bello perché racconta il fanciullino che si perde diventando grandi e ripetitivi, come, forse, sono io nei miei racconti logorroici”.

Giannini ha subito coinvolto il pubblico. “Fate delle domande e siate attivi, perché sono un attore che ha lavorato sui palcoscenici e sono abituato a sentire il rumore delle tavole e ad avere il rapporto con gli spettatori”.

Si definisce un elettronico mancato e approda alla recitazione in maniera casuale. “La scuola è una convenzione e bisogna andare oltre per vivere la realtà. Ma serve una solida base scientifica. Ho fatto anche la scuola di aeromodellismo che è stata quella che mi ha formato di più. Era fatta da appassionati di aviazione per i ragazzi curiosi. Prima si disegnava sul legno di balsa, un lavoro lungo, meticoloso e preciso.

Dopo aver costruito gli aerei andavano nei campo e finalmente li vedevamo volare, come angeli. C’era tutto il senso di libertà, ora invece ci sono le scatole di montaggio. Mi ha insegnato precisione, impegno e soprattutto pazienza”.

L’attore affascina per la sua sete di conoscenza e per il suo desiderio di capire come siano fatte le cose. Descrive l’entusiasmo che prova nel costruire oggetti. “Mi piaceva lavorare con le mani la materia che viene dalla terra. La tocchi e ne senti il calore e la morbidezza e da lì poi parti a costruire qualcosa da presentare a qualcuno come una piccola scoperta”.

Giannini ha intriso di scienza anche il suo modo di interpretare la recitazione. “Avevo un professore di fisica il compagno di banco di Enrico Fermi e con lui, come con gli altri insegnanti, avevo un rapporto magico per la curiosità. Pensare, per esempio, che accade dentro un filo di rame… Non lo si vede e per questo si deve mettere in moto la fantasia.

È il divenire che ti porta a curiosare. Datemi un filo di rame e sarò felice. Anche io usavo quindi diagrammi per spiegare la compressione dei personaggi e avere un andamento visivo scena per scena. Come un elettrocardiogramma.

La dinamica del personaggio ha tanti momenti, perché si innamora, si divide o incontra un assassino. Io ne davo valutazioni grafiche su cui c’era rappresentato il cuore, l’adrenalina o il pensiero. Riuscivo a vedere la dinamica per individuare i punti più difficili per capire dove è la noia e per dargli ritmicità.

Per creare suspance e piccoli shock per dire allo spettatore di svegliarsi in un certo momento, perché sarebbe successo qualcosa. Il cinema è fatto a pezzetti e un protagonista ha bisogno di capire i vari incontri delle persone nella rappresentazione. A ogni personaggio do un colore per osservare i tempi. E per cambiarlo a partire da questi ritmi. Un lavoro giocoso che stimola a stare sulla storia ed eventualmente modificarla”.

Attore, sempre in mezzo alla gente, Giannini ama anche la solitudine. “Il suo valore è fondamentale, soprattutto nei bambini, perché è in quella condizione che si può pensare. Lasciateli soli – ha detto l’attore al pubblico – così che riescano a crearsi i loro giochi e da lì il futuro e chissà anche un grattacielo”.

Non deve mai mancare un pizzico di follia. “L’attore deve averne perché è l’industria di se stesso. Con il corpo e la voce deve guadagnarsi da vivere, riproponendo, nel tempo, le stesse cose, ma in maniera diversa e sempre nuova.

È difficile, perché noi attori dobbiamo comunicare e incuriosirvi – ha continuato verso la piazza – perché voi ogni dieci minuti seduti sulla sedia, vi stancate. Ho letto che la paura dell’uomo è quella di trovarsi a parlare con il pubblico. Solo per gli inglesi sono i ragni, ma loro, si sa, sono strani e forse avevano bevuto quando gli hanno fatto questa domanda. Dice che gli attori più bravi, e io sono bravo – applauso del pubblico – sono i più timidi. Sono stato timido e sono diventato bravo. Adesso, però, sono sfacciato.

Sul palco bisogna rompere gli schemi e dare spazio alla fantasia che, spesso, è sopita da noi stessi e dagli altri”.

Nel libro c’è anche la passione di Giannini, re del pesto, per la cucina. “Il cibo è fondamentale, almeno due volte al giorno. Un appuntamento di piacere importante. Se fatto bene, si lega anche ai ricordi. Non ti tradisce, a differenza del piacere femminile. Mia mamma e mia nonna stavano sempre in cucina e io sentivo odori e profumi. Avevamo il cibo a 100 metri da casa. Insalata e polli venivano dal

paese. Ora invece viene da tutto il mondo. Dedico diverse pagine al pesto e al modo in cui di deve fare. È un nettare divino, ma se si sbagliano gli ingredienti, non è buono. Un inizio filosofico. Così faccio il pesto, così faccio le cose”.

Nella sua vita hanno inciso incontri importanti. “Fellini mi chiamava Giancarlino. Una volta, alle 5 di mattina, mi fece vedere del parmigiano che gli era arrivato e che usammo per farci le tagliatelle al ragù. Ricordo una passeggiata con Pasolini in cui mi raccontò di come le donne si prendevano cura dei gerani. Questo per dire che i grandi personaggi sono, in realtà, semplicissimi. Bambini affamati di cibo e stupidaggini quotidiane“. Infine il Giannini artigiano della recitazione. “Meno si recita più si recita. Il volto del cinema può essere anche muto. Basta l’espressione. A volte nel marcare troppo, si rischia infatti “l’overacting”.

Bisogna partire dal nulla per costruire piano piano, togliendo tutto e raccontando l’essenza delle cose. Non è facile, ma può essere una buona strada. Marlon Brando mi disse che il suo segreto era quello di non leggere il copione. Anche Mastroianni diceva che era uno straordinario sonnifero. Io, invece, li leggevo e li studiavo. Poi con l’esperienza ho imparato a fidarmi. Più semplice sei, più sei bravo”.

E infine il suo rapporto con la fede che si contrappone allo Giannini scienziato. “È un piedistallo fondamentale. Ti permette di affrontare quello che ti succede, la vita e la morte. Fede e mistero sono la stessa cosa. C’è la bellezza di poter pensare al mistero senza volerlo penetrare. Io ce l’ho -ha concluso – che ci posso fare”.

Paola Pierdomenico


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29 giugno, 2015

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