![]() Tuscia film fest – Alessandro Siani premiato da Federico Moccia e Andrea De Simone di Confartigianato |
Viterbo – “Cerco di creare il momento più democratico, la risata”.
Salendo sul palco del Tuscia film fest gli è bastato poco per conquistare il numeroso pubblico di piazza san Lorenzo. Col suo inconfondibile accento napoletano, Alessandro Siani ha strappato una risata dietro l’altra. Era a Viterbo, ieri sera, per la proiezione del film “Si accettano miracoli” che apriva la dodicesima edizione della manifestazione (video).
Si è presentato con una sciarpa del Napoli che gli è stata regalata da una persona del pubblico.
“Io il premio già l’ho avuto”, ha scherzato, mostrandola.
Ma un riconoscimento lo ha ricevuto davvero e cioè il premio Pipolo Tuscia Cinema, consegnatogli da Federico Moccia e Andrea De Simone di Confartigianato e assegnato ogni anno a una personalità emergente del panorama cinematografico italiano.
“L’ho conosciuto giovanissimo – ha detto Moccia – ed è il giusto erede di quella comicità napoletana che sa far ridere, ma anche emozionare. Ecco perché abbiamo pensato a lui”.
Intervistato da Enrico Magrelli, Siani si è poi raccontato al pubblico. A partire dall’inizio della carriera con la ricerca ossessiva dell’occasione giusta.
“Ci provavo – ha detto -, ci provavo, ci provavo, ma a trenta anni ancora niente e tutti che mi dicevano di continuare perché la felicità era dietro l’angolo. Alla fine ho pensato, stai a vede’ c’aggia pijate ‘na rotatoria”.
Quindi il legame con le sue radici. “Sono uno dei pochi che vive a Napoli, che è una città meravigliosa che mi ha sempre ispirato tantissimo. Faccio esperienza di quello che mi accade intorno. Una volta sono andato all’ospedale e mi hanno detto – Guaglio’ ma comme ti si fatte male – e io che ero vestito con i calzoncini e le scarpe coi tacchetti da calcetto ho detto che stavo al matrimonio di mia sorella e so’ scivolato sui confetti. Sembrano storie, ma in realtà sono tutte cose che mi sono accadute davvero.
Come quando un controllore ha chiesto il biglietto a uno sull’autobus e guardandolo gli ha detto che era del giorno prima. Sapete che gli ha detto il napoletano – ha chiesto al pubblico per poi aggiungere – azz e mo’ tu viene. Lasciare Napoli per me è come lasciare la comicità. Forse nell’aria di Napoli, ci sarà qualcosa che fa ridere e che fa anche emozionare. Quando penso alla mia città, sono due le parole che mi vengono in mente e cioè anima e risata”.
Prima di arrivare al successo, non sono mancati i “no”. “Viviamo in un paese che non ti dà una seconda possibilità. Sono venuto a Viterbo, che è una città meravigliosa, con enormi bellezze, e ho visto cartelli “affittasi” e negozi chiusi. È un momento complicato. E non facciamo altro che passare le colpe agli altri: per l’immigrazione, la crisi, o il terrorismo. È colpa del governo, dell’Europa, di quello o quell’altro. Secondo me, i marziani esistono, ma nun se fanne vede’, perché pensano che possiamo incolpare “pure a loro”. C’è tanta confusione, e sono i politici che fanno i comici, nun ce se capisce chiù nulla. Invece noi dobbiamo rialzarci. A Milano, ora, c’è l’Expo, ma noi dovremmo fare un Expo dei sentimenti, perché siamo diventati più aridi e mi auguro di ritornare come prima, quando c’erano persone che si tendevano la mano”.
A 20 anni ha ricevuto il premio Charlot. Il primo di una lunga lista di riconoscimenti. “Il premio più bello è sempre il pubblico. Mio papà era operaio e la mamma casalinga. Non vivevo una bella situazione e il successo lo rivedo nei loro occhi che adesso sono diversi da quelli di venti anni fa. Non lo vivo in prima persona, ma nel viso della gente. Cerco di creare il momento più democratico del mondo, la risata”.
Fare l’attore è venuto da sé. “I miei non mi hanno mai ostacolato e mio papà mi ha detto che bastava che portav’ i suord. I genitori per me non dovrebbero decidere per i figli e io ho seguito la mia strada liberamente”.
Una comicità spontanea, spesso, accostata a quella di grandi nomi della tradizione partenopea. Su tutti Troisi. “Troisi è un dio, io al massimo un chierichetto. È il genio e Napoli la sua lampada. Ha tirato fuori il meglio della città e quello che ha fatto lui non può capitare a nessun altro. Ho conosciuto e lavorato anche con Pino Daniele che penso sia una stella nel firmamento e un motivo di orgoglio per noi napoletani. Perderlo è stato, per noi, uno dei dolori più atroci. Di fronte a certi nomi, mi sento così piccolo e spero di trovare nella mia piccolezza qualcosa di buono per gli altri”.
Infine la passione per il Napoli. “Noi veniamo da Maradona e mi auguro il nuovo allenatore possa avere successo. Ci vogliono grandi calciatori e speriamo che Aurelio faccia qualcosa. Abbiamo vissuto la serie B quando, fuori dallo stadio, vendevano i biglietti a un euro. Mio papà per tre si è seduto in panchina e mio nonno per cinque ha giocato il primo quarto d’ora – ha concluso tra le risate -. Vediamo che succederà”.
A rovinare l’allegra atmosfera, ci ha pensato un guasto tecnico del proiettore che non ha permesso la visione del film, facendo finire la serata in anticipo. In questo caso, un miracolo sarebbe stato ben accetto e invece…
Paola Pierdomenico
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