Viterbo – Il fenomeno del vandalismo è sempre stato sottovalutato; classificato come espressione di microcriminalità, viene relegato ai margini dell’attività di tutela dell’ordine pubblico, per la concorrenza di altri atti criminali ritenuti più gravi che richiedono la presenza e il controllo da parte del personale delle forze di polizia.
D’altronde, la carenza di tale personale, o l’impossibilità di utilizzarlo adeguatamente nelle ore notturne (come nel caso della polizia locale) impone delle scelte, ancorché dolorose.
Si sopperisce allora con la videosorveglianza, che tuttavia fa sorgere altri problemi, sia tecnici che “politici” (è nota la polemica innescata da certi sacerdoti della privacy, che ritengono di sentirsi spiati da una sorta di totalitario “Grande Fratello”). Alcune questioni vanno tuttavia prese in considerazione.
Innanzitutto, il vandalismo è l’anticamera della criminalità, cioè è spesso praticato dai giovani devianti come primo step, quasi un “rito di iniziazione” per entrare nel giro che conta.
In altri casi, è manifestazione di cieca violenza da parte di soggetti senza coscienza civica, cioè è segnale di basso livello di educazione civica di una comunità.
Nel 2001 una indagine condotta presso l’Università La Sapienza rilevò per le province di Viterbo, Grosseto, Terni e Rieti i seguenti indici di vandalismo (non sto qui a dettagliare come calcolati): 38.2, 35.8, 34.8, 33.7, con la provincia di Viterbo, quindi, largamente in testa.
Per una città e un territorio fortemente caratterizzati da beni culturali, è un dato inquietante che non parla solo del rischio potenziale corso dai monumenti, ma anche del livello culturale della popolazione, in specie giovanile ( a cui si devono i 3/4 degli atti vandalici). Ancora, un vandalismo diffuso – e di fatto tollerato – finisce per alzare la soglia di tolleranza di ciò che è normale e cosa non lo è. Come ci siamo abituati a salire su treni e autobus deturpati dai vandali, senza quasi farci caso, domani ci abitueremo a tollerare fontane deturpate.
Le risposte.
La videosorveglianza, certo. Poi, la sorveglianza di vicinato, ovvero il controllo diretto svolto “anche” dalla popolazione, che non è che perché paga le tasse si deve disinteressare della sua città, tanto ci devono pensare il comune, la polizia, ecc. La democrazia sta anche nel contribuire a far crescere la comunità, non nell’ aspettare la manna dal cielo da parte dei “potenti”: vizio italiano, questo, diffuso in passato e che gli esempi di Genova e di Firenze, per fortuna, stanno cominciando a ridimensionare.
Ancora, una riorganizzazione della strategie di controllo della città monumentale, più capillare, compatibilmente con le risorse, ma anche rivedendo certe priorità. La prevenzione affidata all’educazione ha tempi lunghi; accanto ad essa, va utilizzata la prevenzione che adotta strumenti di dissuasione e di repressione: farà arricciare il naso ai puristi della libertà ad ogni costo, ma sarà bene che costoro scendano dalle vette incantate e girino per i vicoli che puzzano di orina, tra i monumenti bruttati dai vandali, i giardini con le panchine divelte.
Ricorderò loro che nel paese patria della “liberté”, quello in cui si discute più di tutti se debba esser tutelata anche la libertà di offendere, gira una gendarmerie molto agguerrita e ben poco tollerante verso gli incivili.
Un speranza c’è, se le istituzioni sono in grado di assecondarla. L’indagine sulla sicurezza urbana condotta da chi scrive per conto del Comune, con la collaborazione dell’Università La Sapienza, ha rilevato che gli studenti viterbesi sanno perfettamente che il vandalismo è un atto grave, foriero di altri e ancor peggiori mali. Forse è una base su cui si può lavorare presto e bene, dando l’esempio, e magari coinvolgendo le giovani generazioni in un buon uso e in una tutela diretta del loro patrimonio culturale.
Francesco Mattioli
Autore di Sociologia della sicurezza urbana.
Il Progetto Viterbo città sicura e sodale, Bonanno Editore, 2011.
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