Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Voglio partecipare con una riflessione a questo dibattito che pare avviarsi dopo il lancio della assemblea organizzativa, ricordando poi che il ragionamento lo introdusse proprio Fioroni con una lunga intervista su Tusciaweb.
Quindi questo percorso voluto dal segretario provinciale non cala in maniera estemporanea e mi pare il luogo ideale, potendo confrontarci su cose piuttosto che nomi.
Possiamo fare discussione aperta, non ingabbiata da logiche di schieramenti e preferenze, su uno stato del Pd locale che qualche correzione e messa a punto forse necessita.
Con quella intervista l’uomo esplicita nettamente la tesi dell’allargamento del Pd tramite succursali e vasi comunicanti.
E lo fa partendo non dalla constatazione dei fatti, cioè dal registrare l’esordio autonomo di una nuova formazione politica, come tale è stata presentata poi da Michelini alla vigilia delle elezioni provinciali di secondo livello. E’ alla luce del sole il fatto che di quell’esperienza Peppe rivendica paternità e maternità, assumendosi l’onere e l’onore di organizzarla e non nascondendo l’ambizione di dirigerla.
Il fatto che appaia come pratica di costituzione, che sembra tanto di ricostituzione, di una area politica con due bracci organizzativi e comunicanti, uno interno al Pd – la corrente dei Popolari – e una contigua , assolutamente affine, tanto da apparire addirittura interscambiabile – fuori dal Pd, è distorsione ottica? Vista da dentro il Pd mi pare che stiamo manovrando la palla sulla linea del fuori gioco.
Dicono che così fanno gol. Vero, ma riduttivo perché legato all’idea di arrivare primi e non a quella di arrivare in fondo. Che quella roba poi la tenga insieme lui ci sta; fa parte di una lettura della società, di quella viterbese in particolare, e di una cultura e di una pratica politica che si alimenta di una esperienza che è senz’altro radicata nel contesto sociale e civile locale, centrale nelle sorti di questa terra.
Ma che niente ha a che vedere con la visione bipolare e maggioritaria, inclinata per natura ad una spinta alternativa, competitiva, dinamica, di cambiamento. Penso che il Pd non debba avere delle parole né paura né farne feticcio.
Tantomeno penso che si possa ancora richiamare una collocazione politica definendola per contrapposizione o diversità. Perché poi verrebbe spontaneo pensare che quando si contrappone il rapporto previlegiato coll’esperienza moderata come segno di innovazione ed apertura contro una sinistra vetusta e chiusa, sotto sotto riaffiori la nostalgia della vecchia e cara balena bianca.
D’altra parte la sottospecie dominante del suddetto cetaceo è stato modello perfettamente funzionante ed insuperato per decenni nella conquista e gestione del potere, a queste latitudini almeno.
Ma se ancora qui stiamo, a dolerci delle debolezze di questa terra, forse un po’ di responsabilità lì ci sarà stata e sarà ora quindi di cambiare verso. Al dunque moderati dice tutto e niente. Se vuole evocare una collocazione sottolineo che Peppe per esempio in quella intervista la parola moderati la cita 10 volte. Nel nuovo corso del Pd mi pare sentirla pronunciare poco e nulla, anzi. E poi i risultati nel cambiamento del paese cominciano, seppur faticosamente, a vedersi; piano sì, ma senza tanta moderazione e andando invece al fondo delle questioni. Perché di moderazione in moderazione questo paese s’è paralizzato.
Al merito: il Pd certo deve essere accogliente; il limite della sua accoglienza sono i valori definiti nella sua carta costitutiva. Sarebbe interessante per esempio sapere quale di questi valori mancano o frenano qualcuno dei moderati e riformisti locali dal guardare più da vicino il Pd. Ma ancor più forse l’accoglienza, e quindi la capacità espansiva in termini associativi ed in particolare elettorali, sta nei contenuti, nei programmi e nelle azioni di governo ai vari livelli.
Anche perché stiamo costruendo, questa volta finalmente rispetto alla solo declamata vocazione maggioritaria, un sistema politico/istituzionale che premia la governabilità e l’alternanza intorno non a coalizioni larghe quanto indefinite ma a programmi e forze politiche dal profilo netto.
Colla conseguenza del sacrosanto diritto/dovere di risponderne democraticamente ai cittadini. E’ il contrario del politicismo dei contenitori, delle forze satelliti, di una improvvisazione elettoralistica che punta alle maggioranze numeriche condannate poi all’immobilismo delle scelte. Del tutti coinvolti e nessuno responsabile. Allora su questo bisogna confrontarsi, non sulle categorie del passato e qui ha senso la parola innovazione, che deve declinarsi nelle azioni di cambiamento reale. Che oggi è la riforma istituzionale, elettorale, della scuola, della Pa, del fisco, del mercato del lavoro, questa legge di stabilità che scommette sulla ripresa; è sui contenuti concreti, orientati dai valori di riferimento che ci fanno essere o di qua o di là, che si misurano non moderati o radicali, riformisti o rivoluzionari, centristi o sinistri, margherita o ds, pds o popolari, comunisti o democristiani. Ma chi vuol cambiare per davvero e chi per finta. Questo sulle grandi scelte, come sulle piccole.
Perché altrimenti la geometria dei contenitori al posto della chiarezza dei contenuti fa presto a trasformarsi in una melassa indistinta o, per capirci forse meglio in viterbese, un bell’intruglio dove tutto e il suo contrario trovano una qualche ragione, a cominciare dalla quella basilare del “primum vivere”.
Vogliamo, anche nel nostro piccolo, testimoniare e praticare velocità e cambiamento? Confesso che a me pare che in sede locale se ne veda ancora poco. E mi pare invece che la nostra realtà ne avrebbe ancora più bisogno, faticando molto più del paese ad uscire da una situazione sociale ed economica pesante. Nelle prossime settimane, sul Pd e la nostra azione, ci è stato chiesto di dire la nostra. Mi auguro che le occasioni siano tante, per poter scendere in proposte più precise e mirate.
Poi una postilla, solo per rafforzare il richiamo introdotto dall’amico Calcagnini, circa il rispetto dovuto per gli alleati – cosa buona e giusta e che penso nessuno metta in discussione. Tantomeno io che ricordo d’aver fatto le ore piccole nell’insistere – battagliando per ognuno – a voler far partecipare alle primarie le centinaia che spontaneamente ne avevamo fatto regolare richiesta mentre il “soviet” – ben rappresentato anche coll’anima Popolare – inflessibile negava sistematicamente.
I risultati si son visti dopo purtroppo, alle elezioni politiche. E soprattutto a Viterbo dove, nonostante il parterre de rois di candidature messo in campo, registrammo uno dei risultati più modesti. Ma direi che è almeno altrettanto doveroso il rispetto che si deve a chi vota, e anche a chi non lo fa, sugli impegni presi; un patto che non poggia sulle alchimie e gli equilibrismi la cui comprensione spesso sfugge a noi stessi che pure li creiamo. Sta nelle cose che facciamo o non facciamo, senza scuse, nella linearità di una politica limpida sempre.
Ed aggiungo che vanno bene i proclami e le feste, giuste perché si vince chiaramente e regolarmente. Ma quella parte che non partecipa – come anche in maggioranza due giorni fa Tarquinia è successo – qualche riflessione la impone, a tutti. Perché se e quando quella parte troverà ragioni di entrare in campo, come auspicabile, potrà fare grande differenze e sconvolgere ogni piano. Ed è una parte che deve trovare ragioni solide di credibilità e cambiamento per credere e quindi scegliere.
E già che ci siamo, per quanto mi riguarda, dopo due anni che amministriamo la città, vederla al 93esimo posto della graduatoria sull’ecosistema urbano redatta da Lega Ambiente/Sole 24 ore, magari presumo per sola sciatteria nel non compilare i questionari, voglio leggerlo come sollecitazione a migliorare. C’è spazio sufficiente.
Sandro Mancinelli
Assemblea Nazionale Pd
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY