Caprarola – Condannato a due mesi dopo un processo infinito e una dolorosa faida familiare.
Per il tribunale di Viterbo, l’imprenditore di Caprarola denunciato anni fa dalla sorella è colpevole di appropriazione indebita: sarebbe stato lui, tra il 2008 e il 2010, a distrarre decine di migliaia di euro dalle casse dell’azienda di famiglia. 88mila 205 euro è la cifra riportata nella denuncia sporta dai familiari, ma l’importo si è ridotto a 33mila euro circa dopo la perizia disposta dal giudice Eugenio Turco.
Una sentenza, quella di ieri, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato la condanna, come chiedevano i familiari; dall’altro un’accusa fortemente ridimensionata, dopo gli accertamenti contabili voluti dal tribunale per fare chiarezza una volta per sempre.
L’imputato prende le redini dell’azienda di famiglia nel 2008. La società era titolare di una cava di pozzolana a Fabrica di Roma; ad oggi l’attività è dismessa e il terreno è stato venduto. Tutto fatto dal fratello a insaputa della famiglia, ha raccontato la sorella dell’imputato quando due anni fa si è seduta davanti al giudice per illustrare la sua denuncia. Dall’estate 2008 aveva notato strani ammanchi. E alle sue richieste di spiegazioni, il fratello era sempre evasivo.
Secondo l’imprenditore, i prelievi di denaro erano serviti per saldare dei debiti. Pagamenti che non risultavano alla guardia di finanza. Tant’è che gli avvocati di parte civile Andrea Perillo e Marco Cardinali, per il padre e due fratelli dell’imputato, hanno parlato di “giustificazioni non credibili” e di “un danno rappresentato non tanto dai 33mila euro oggetto di appropriazione indebita, ma dal fatto di aver mandato quasi sul lastrico l’azienda di famiglia”.
La difesa ha sostenuto che almeno una parte delle accuse mosse al suo assistito siano scaturite da invidie e falsità, nella cornice di una faida familiare che vede l’imputato contro tutti e che ha reso impossibile ogni tentativo di raggiungere, negli anni, un accordo tra le parti.
L’imprenditore, oltre alla condanna a due mesi, dovrà pagare 1200 euro di multa e restituire i 33mila euro oggetto di appropriazione indebita. Potrà impugnare la sentenza di primo grado e difendersi in appello.
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