Viterbo – Il contributo di Daniele Camilli al dibattito su San Pellegrino è importante per due ragioni.
Innanzitutto, perché intende situarsi a metà strada tra le esigenze dei residenti e quelle degli esercenti, a rivendicare il fatto che le ragioni non sono mai polarizzate da un lato o dall’altro.
In secondo luogo, perché introduce un ulteriore elemento di dibattito sulla “graduatoria” delle priorità e sulla gestione del potere amministrativo.
Ribadisco l’idea che problemi di questo genere non sono solo viterbesi – emergono dappertutto – e che non si tratta né di scontri generazionali, né di una lotta strenua tra due filosofie di vita differenti.
Semmai, è un problema di gestione della convivenza, di amministrazione dell’ordine pubblico, di come si debba intendere la valorizzazione di un centro storico di pregio.
Perché l’altro aspetto che a taluni sfugge è che non si può generalizzare sul centro storico tout court, ma che esistono spazi storici e forme di fruizione differenti: Piazza della Rocca non è San Pellegrino, Corso Italia non è Via Garibaldi, Pianoscarano non è San Faustino.
Allora è chiaro che le strategie devono essere differenti; come è chiaro che San Pellegrino va valorizzato, ma anche salvaguardato, rispettato, direi anche che occorre attribuirgli un identità sociale ed economica, oltre che architettonica, che in parte è ancora mancante.
Su questo, nessuno è senza peccato, si badi bene: perché se c’è qualche locale rumoroso e poco attento alle regole e alle esigenze altrui, c’è stato anche qualche residente che si è comportato in modo incivile, lasciando materassi e immondizie in giro, e qualche amministratore che non ha governato correttamente la questione.
Semmai, allora, lo scontro è tra persone civili e persone incivili, e le persone civili – a qualunque categoria appartengano, residenti, esercenti, cittadini, amministratori – devono lavorare assieme per far prevalere un progetto che renda San Pellegrino un luogo attraente, vivo, ma allo stesso tempo vivibile.
Siamo di fronte a un episodio di quel processo di gentrificazione dei centri storici che caratterizza tutta la società occidentale, che se il singolo può vivere come disturbo della sua quiete o come ostacolo alla sua libera imprenditorialità, in realtà muove tendenze e problematiche che sono di ben altro significato macrostrutturale e che vanno interpretate come opportunità, piuttosto che come espropriazioni.
Altrove sono state trovate risposte e soluzioni molto interessanti, sia in Italia che all’estero: basterebbe informarsi, che so anche copiare, oppure farsi venire qualche idea ancor più creativa e allo stesso tempo condivisa o condivisibile.
Quel che ho notato, da cittadino certo, nato e cresciuto in questa città, ma anche da studioso che applica teorie, dati di ricerca, sequenze storiche, esperienze di testimoni privilegiati, è che manca il dialogo costruttivo, che il confronto sui media va avanti a colpi di battute polemiche che magari soddisfano al momento la pancia e l’animo dell’individuo, ma non contribuiscono a costruire qualcosa di concreto.
San Pellegrino è di tutti e di nessuno in particolare, questo deve esser chiaro, altrimenti si viene a creare una balcanizzazione dei bisogni e delle pretese: è di tutti, e quindi ciascuno è chiamato a dare un contributo di civiltà e di ricchezza, e non è di nessuno che possa arrogarsi il diritto di dettare le regole a proprio comodo.
Per questo, non si può sottoscrivere l’idea che ci sia “altro” da affrontare piuttosto, o prima, che sottilizzare sui dettagli.
A volerlo, c’è sempre qualche “altro” più grande a cui far riferimento, e questo ci permette di rinviare, di sottostimare, di penalizzare il micro, quasi fosse un banale impiccio di fronte ai grandi problemi della collettività.
E’ un discorso risentito su certi tavoli del politichese comunardo che fa tanto anni ’70 e che a Viterbo, di fronte ad un grado di civismo piuttosto arretrato, non ci possiamo permettere, perché in tal caso significherebbe voler volare talmente in alto da non riconoscere non solo gli alberi della foresta, ma neppure la foresta. Detto in altri termini, significherebbe essere demagogici e superficiali.
In realtà, Camilli mi consentirà, il riferimento non è tanto alle teorie weberiane del sociale, che per quanto prestigiose, inevitabilmente guardano alla società gerarchizzata del primo novecento, ma alla filosofia della responsabilità di Hans Jonas, al pluralismo dinamico di Ralph Dahrendorf, all’idea di democrazia partecipata di John Rawls, cioè a quelle teorie che, avendo presenti gli sviluppi della società postmoderna, insistono sulla necessità di sottoscrivere accordi, di ratificare progetti comuni, di “riconoscersi” e rispettarsi fra le parti, di chiamare le istituzioni da un lato a costruire forme condivise di consenso atte a legittimare tutti gli interlocutori e gli stakeholders e a coordinarne richieste e proposte, dall’altro a governare responsabilmente un percorso di crescita.
Qualcuno – e già lo ha fatto spocchiosamente notare – dirà che queste sono solo parole; ma è altrettanto vero che le parole si generano dal pensiero, e che il pensiero deve precedere l’azione.
Altrimenti vivremmo solo di istinti materiali, difficilmente potremmo definirci esseri senzienti e, soprattutto, il rischio del capitombolo sarebbe estremamente alto.
Francesco Mattioli
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