Viterbo – Prescrizione. Intercettazioni. Diritto di difesa.
E’ uno sciopero ad ampio spettro quello proclamato per tre giorni dall’Unione camere penali italiane.
Dal 24 al 26 maggio i penalisti viterbesi hanno incrociato le braccia, in linea con la mobilitazione nazionale contro “una giustizia che vuole l’imputato a processo per sempre”.
“Lo slogan ‘prescrizione più lunga, processi più brevi’ è un’illusione”, secondo il presidente della camera penale viterbese Mirko Bandiera. “Si estenderà la durata del processo a scapito dell’imputato, quando 7 anni e mezzo per una sentenza definitiva sono già abbastanza”.
Dovrebbero. In realtà, spesso, 7 anni e mezzo non bastano neanche per la prima sentenza tra chiusura dell’inchiesta, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione.
A Viterbo, c’è il “buco nero” del passaggio all’ufficio gip/gup, dove i fascicoli restano anche per anni in attesa di udienza preliminare. Idem per il transito in Corte d’appello: mesi o anni per passare un fascicolo da Viterbo a Roma. Ci sono i trasferimenti dei giudici, che fanno ripartire i procedimenti da capo. Le sentenze depositate in ritardo. Le notifiche sbagliate o mancanti. Tutto in buona fede, per carenza di risorse e personale. Ma anche questo accelera la prescrizione. Che è “indice di civiltà giuridica”, per il vicepresidente della camera penale viterbese Marco Valerio Mazzatosta: “E’ un istituto voluto perché lo Stato dev’essere in grado di garantire un giusto processo, dove giusto significa anche di durata ragionevole. La giustizia deve presupporre i cambiamenti fisiologici nella vita delle persone: chi delinque a vent’anni non è più lo stesso a quaranta e non può trovarsi sulla graticola di una sentenza a rallentatore”.
C’è il colpevole, forse condannato, forse prescritto. Ma c’è anche l’imputato innocente, in attesa di assoluzione. Qualche dato dalla camera penale: a Viterbo, nel primo semestre 2015, ci sono state due assoluzioni ogni tre sentenze davanti al tribunale collegiale. Il giudice monocratico, nel 2014, ha inflitto 134 condanne a fronte di 411 assoluzioni. Un trend in aumento, se si guarda anche ai numeri della prima metà del 2013: 270 condanne al monocratico (314 nel 2012) e 305 assoluzioni (296 nel 2012). Aumentano i processi per lesioni e omicidio colposo (16 nel 2013, 18 nel 2014). Diminuiscono quelli per usura, estorsione e rapina (195 nel 2013, 167 nel 2014).
La lentezza della giustizia si riverbera sulla stampa. La pena dovrebbe essere vicina al fatto, scriveva Cesare Beccaria. Raramente succede. E allora la stampa anticipa. Ma la sede naturale del processo, ribadiscono le toghe, è l’aula giudiziaria. “Giornali e tv non potranno mai sostituirsi ai tribunali, ma certamente li influenzano – afferma il segretario della camera penale viterbese Carlo Mezzetti -. Il clima intorno ai processi li ha sempre condizionati, basti pensare a Portella della Ginestra: strage a Palermo e processo a Viterbo. Un certo attivismo dell’opinione pubblica fa pensare che per ottenere una sentenza, una misura cautelare o la riapertura di un caso basti una raccolta firme. Non basta, ma certe pressioni compromettono la serenità del magistrato”.
Infine, il processo in videoconferenza che viola il diritto di difesa e le intercettazioni via trojan. Basta un virus in uno smartphone per trasformare il cellulare in macchina fotografica e telecamera. E non c’è modo di accorgersene. “Con la scusa dell’emergenza terrorismo, le procure agiscono anche così – dichiara l’avvocato Remigio Sicilia -. L’emergenza non può diventare la regola, specie se parliamo di una tale invasione della privacy, con l’intercettazione che ha ormai sostituito i mezzi d’indagine tradizionali. Il rischio è di ritrovarci tutti con un grande fratello dentro casa. Peggio ancora, dentro il cellulare”.
Stefania Moretti
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