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Terrorismo - Una riflessione dopo l'intervento di Magdi Allam a Ombre festival

L’odio dell’Islam per l’Occidente nasce da anni di mortificazioni…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Che la confusione la faccia l’uomo della strada, colpito dalla virulenza degli episodi, è comprensibile; l’uomo della strada, cioè la gente comune, non è necessariamente esperto di geopolitica internazionale, storia delle religioni, antropologia e sociologia dei rapporti interetnici; la sua opinione è degna del massimo rispetto, ma è chiaro che nasce da una reazione impressionistica, che non attinge alle nozioni.

Che invece la confusione la facciano gli esperti, è grave, perché a loro dovremmo chiedere lumi, spiegazioni e indicazioni, non bollettini di guerra, proclami e parole d’ordine, come mi sembra che faccia Magdi Allam.

Per fortuna su molte testate giornalistiche italiane girano interventi a firma di autorevoli esperti e commentatori di affari internazionali che ammoniscono contro una certa caccia alle streghe che sembra montare presso persone e gruppi più estremisti, pronti a mettere tutti i musulmani nel calderone dei nemici da bollire.

Come ho scritto, generalizzare in questo modo significa riecheggiare il verso del generale Custer, secondo cui l’unico indiano buono è l’indiano morto, che è uno dei terribili motti del pregiudizio etnico e culturale.

Non contesto a Magdi Allam l’affermazione che nel libro sacro del Corano si trovino principi e giustificazioni della violenza, della guerra, della conquista e dell’odio verso gli infedeli; anzi, ho già scritto che il libro sacro dei cristiani, il Vangelo, presenta solo parole di pace, rispetto e amore tra gli uomini e questo in linea di principio ci rende “migliori” dell’Islam. E questo “essere migliori” si vede anche nella tolleranza che noi abbiamo nei confronti delle loro diversità – molte moralmente intollerabili – certamente ben poco ricambiata dalla società islamica.

Ciò detto, trovo però sconcertante che Allam asserisca che sono stati i musulmani a cominciare lo scontro, dimenticando le angherie del colonialismo, lo sfruttamento del neocolonialismo e la mancata soluzione del problema palestinese; l’odio profondo che l’Islam nutre verso l’Occidente non nasce da qualche controversa pagina del Corano, ma da anni e anni di mortificazioni politiche, economiche e sociali, dalla ghettizzazione dei “cittadini d’oltremare” nelle banlieue urbane francesi, da una strategia predatoria che si è ben guardata dal conferire ricchezza al sud del mondo.

E trovo quanto meno ingenuo affermare che i musulmani “buoni” sono semmai quelli che hanno superato con il cuore l’odio seminato nel Corano: no, il problema non può essere affrontato evocando meccanismi psicologici e introspettivi individuali, ma osservando con maggiore attenzione ciò che la storia ci insegna: che c’è sempre uno “scarto” tra la lettera del Libro e il comportamento dei fedeli, uno scarto che è dovuto alla temperie storica, ai fatti politici e sociali, che si allarga o diminuisce a seconda degli eventi.

Così, se è stato possibile che in nome di un Vangelo pacifista i cristiani si siano macchiati di crimini innominabili, alla stessa stregua possiamo considerare come i musulmani possano allontanarsi, in determinate circostanze storiche, dallo spirito assolutistico e predatorio di alcuni passi del Corano. Senza contare che non c’è bisogno di uno studio approfondito per rendersi conto che l’Islam è tutt’altro che granitico e coerente e che anche al suo interno si sono combattuti e si combattono conflitti secolari; il che non consente giornalistiche generalizzazioni di piazza.

Il discorso da fare, a mio avviso, è un altro. L’Europa, come sedici secoli fa, sta subendo la pressione di una migrazione epocale, determinata proprio dal suo stato di benessere che come allora fa gola a popolazioni oppresse da carestie, povertà di risorse, pressioni militari. Sedici secoli fa l’Europa cedette perché l’Impero romano era ormai sgretolato dalla sua crisi politica, economica, organizzativa e soprattutto etica. La “fortuna” dell’Europa fu che gli invasori, privi di sistemi etico-filosofici solidi, finirono per assimilare quello – nuovo – di cui l’Europa si stava dotando: il cristianesimo. L’asserzione, cara anche a Benedetto Croce – e da troppi laicisti, digiuni di storia, superficialmente contestata – che le fondamenta etiche dell’Europa si trovino nel pensiero giudaico-cristiano parte proprio da qui.

Oggi, fatte le dovute proporzioni, assistiamo a un nuovo movimento migratorio, dal “sud” al “nord” del mondo. Non può essere un movimento del tutto pacifico e condiviso, non lo è mai quando temi di dover dividere le tue risorse con un ultimo arrivato che ha fame e voglia di riaffermarsi. Allora nascono competizioni, equivoci, azioni e reazioni, diffidenze e pregiudizi. Quale è il destino di questo movimento?

Se il Vecchio Mondo, l’Europa, ha risorse da condividere, è giusto che in nome del suo sistema etico, le distribuisca anche a chi ne ha bisogno e ne assorba beneficamente le energie. Ma è altrettanto evidente che se l’Europa non saprà proporre, e imporre (fosse anche giuridicamente, oltre che idealmente) un suo modello etico e organizzativo, se non saprà mantenere le sue specificità – che non sono necessariamente etniche, ma certo devo esserlo sul piano culturale – verrà travolta.

Una civiltà divisa e poco motivata moralmente – lo hanno dimostrato studiosi di eccezionali capacità, come Henri Tajfel e Serge Moscovici – cederà di schianto a una minoranza vitale, fiduciosa di sé, coesa, determinata e orgogliosa. Se l’Europa non vuole lasciare la risposta a questi problemi alle reazioni scomposte e xenofobe del fondamentalismo qualunquista di un Salvini o di una Le Pen, deve darsi una coesione di intenti, un orgoglio culturale e un disegno assertivo che le consentano di farsi protagonista della storia in nome di un sistema etico superiore, inclusivo ma non codardo e di un potere politico-economico tuttora ancora forte, da esibire collettivamente con autorevolezza prima ancora che con autorità.

Per esempio. Ho visto proprio ieri tre donne, in un centro commerciale romano, girare con il niqab, che scopre solo gli occhi. Non deve essere consentito a nessuno, in Italia, di girare nascondendo le proprie sembianze, soprattutto nel caso delle donne. E attenzione: non tanto per motivi di sicurezza, ma proprio per motivi ideali, perché nella civiltà europea non deve essere tollerato alcun sistema di mortificazione dell’identità personale, men che meno di genere.

Altro sono il chador o l’hijab, che incorniciano il volto delle donne musulmane: questi abbigliamenti vanno rispettati come manifestazione culturale che esprime una diversità, che non va contro le nostre leggi giuridiche e i nostri principi morali. Ma occorre marcare i distinguo e non tollerare ciò che va contro gli sforzi di crescita della nostra civiltà e del nostro umanesimo che abbiamo compiuto quanto meno negli ultimi trecento anni.

Viviamo in una società incerta, sfuggente, allarmata, che ha bisogno di essere ridisegnata. Cerchiamo di essere noi europei a disegnarla, e di non abbandonarla, per ignavia, per gelosie nazionalistiche, o per mancanza di orgoglio, ora al gruppo di fuoco organizzato, ora allo psicocolabile armato, ora al falso profugo indottrinato via web, ora all’Imam persuasore occulto, ora al padre padrone e al marito pascià.

Oggi la guerra è ancora un guerra di cultura e di civilizzazione: nonostante le vittime del Bataclan, di Dacca o di Nizza, non dobbiamo cedere alla chiamata alle armi di qualche irresponsabile che non vede l’ora di assaporare il profumo della vendetta e di menare le mani, innescando pogrom e sognando battaglie campali.

Ancora una volta, voglio ricordare ai giustizieri della notte in servizio permanente effettivo che i musulmani sono anche i disgraziati del peschereccio affondato l’anno scorso nel Canale di Sicilia, lo sono Aylan di Bodrum e il neonato di Aleppo, o magari le centinaia di vittime dei continui attentati in Iraq o in Afghanistan, sui quali noi europei – nel nostro criptoetnocentrismo – spendiamo meno parole e minore pietà, come se l’orrore svanisse man mano che i chilometri allungano le distanze.

L’Europa deve vincere con la forza della sua civiltà, la fermezza delle sue leggi, la potenza del suo messaggio etico. Ne è potenzialmente capace, ma deve chiamarsi veramente Europa, non una accozzaglia di finanzieri gelosi del proprio portafoglio o di capetti che appena approdati al consesso continentale confondono il concetto di libertà con quello di licenza autoreferenziale e giustizialista.

L’Europa ha la forza etica per vincere una guerra che è, ancora, soprattutto etica. E per far si che non degeneri né in un pogrom, né in una battaglia campale.

Francesco Mattioli


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27 luglio, 2016

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