Viterbo – (s.m.) – Storace diffamato su Facebook, processo a Viterbo.
Si sentì dare del ladro per “Laziogate”, l’inchiesta da cui uscì assolto definitivamente. Quando gli mostrarono quel post su Facebook, sul finire del 2011, Francesco Storace andò dritto in caserma. “Ero un personaggio popolare nel Lazio per il mio ruolo di consigliere regionale – racconta in udienza -. Tutto quel fango addosso mi dava fastidio”.
A processo per diffamazione è finito Massimiliano Sambin, politico locale, approdato all’Unione della Tuscia dopo aver lasciato la sezione FdI-An di Montefiascone. Era suo il profilo Facebook in cui fu pubblicato quel post velenoso contro l’ex ministro e governatore del Lazio.
“Laziogate” esplode nel 2005: due filoni d’inchiesta su un presunto spionaggio ai danni del movimento Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Storace viene indagato per accesso abusivo nel sistema informatico, finalizzato, secondo i magistrati, a verificare l’esistenza di eventuali firme false per presentare la lista della Mussolini. Nel registro degli indagati finiscono, tra gli altri, anche il suo attuale avvocato Romolo Reboa e Vincenzo Piso di Alleanza Nazionale. Tutti definitivamente assolti nel 2012 dalla Corte d’appello di Roma.
Una storia in cui i soldi c’entravano poco o nulla, tra presunti spionaggi e dossieraggi. “Era tutta una roba politica – spiega Storace al giudice Silvia Mattei -. Non c’erano soldi di mezzo e comunque nessuno potrà mai accusarmi di aver preso soldi”.
Fu Roberto Buonasorte, all’epoca consigliere regionale della Destra, a segnalare il post a Storace, che fece subito denuncia. Ad accompagnarlo in aula, oggi, l’avvocato Maurizio Sangermano, collega di studio del suo legale di parte civile Romolo Reboa.
Sambin, assistito dall’avvocato Andrea Danti, si è difeso, a suo modo: “Volevo solo sottolineare la pesantezza della vicenda Laziogate, ma ammetto di aver usato parole un po’ forti e me ne scuso. Dopo l’assoluzione di Storace pubblicai sul mio profilo l’articolo che riportava la notizia con tanto di scuse, ma non vennero viste. Spesso capita di vedere solo quello che si vuole”.
Il giudice Silvia Mattei ha dato tempo alle parti per raggiungere una transazione. A ottobre la sentenza.
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