Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il 17 novembre 2016, Giulia Rapino dando voce a quanto predisposto e firmato dal dirigente Daniele Peroni dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio, Ufficio X – Ambito territoriale di Viterbo, comunicava via mail a me e ad altre docenti il nostro depennamento dalle graduatorie ad esaurimento della scuola dell’infanzia e della scuola primaria per mancanza del requisito del titolo di accesso (diploma magistrale), citando una serie di leggi. Decreti e circolari ministeriali ovvero una serie di numeri e date che mi sembra inutile stare qui ad elencare.
Non entrando quindi nel merito della questione legale, inerente il diploma di maturità ad indirizzo linguistico rilasciato da un istituto magistrale, della quale si occuperanno per l’ennesima volta avvocati, giudici e tribunali vari, mi ritrovo a scrivere questa lettera per riflettere insieme a quanti la leggeranno su ciò che tale depennamento comporta in termini di violazione dei diritti umani e più precisamente del principio del superiore interesse del bambino in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale (l’articolo 24, P.2 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea dichiara infatti “in tutti gli atti relativi ai bambini l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente”.
Entrando nel merito della vicenda e nel dettaglio del depennamento e delle conseguenti azioni contro noi insegnanti che tale atto comporterà mi sembra doveroso precisare che pur non avendo mai dichiarato il falso e avendo sempre autocertificato (se non addirittura presentato in originale) il reale titolo di studio in nostro possesso ( il mio nello specifico “diploma di maturità ad indirizzo linguistico rilasciato dall’istituto magistrale statale S. Rosa da Viterbo”), molte di noi si trovano attualmente a lavorare all’interno delle scuole pubbliche della provincia e non solo.
Ancora più grave il fatto che, in virtù dello stesso titolo, molte di noi pur senza specializzazione, così come previsto dalla vigente normativa in materia, lavorano da anni su posti di sostegno avendo l’enorme responsabilità di realizzare, in collaborazione con il team di classe, il fondamentale processo di integrazione scolastica.
Molte di noi hanno messo mano e firmato documenti di valutazione e registri di classe, hanno predisposto Pei (Piani Educativi Individualizzati) per gli alunni certificati, sono stati sostanzialmente parte integrante del percorso educativo degli studenti che, prima ancora di essere tali, sono i nostri figli.
Come è possibile che a distanza di 3 anni, nel mio caso specifico, solo ora qualcuno si accorga della mancanza di un titolo abilitante? Come è possibile che io abbia “messo piede” in una scuola essendo io priva di titolo e senza che alcuno si accorgesse del mio “non essere” insegnante? Nelle mani di chi sono quotidianamente i nostri figli? Chi può garantirmi che tutti gli insegnanti o “presunti tali” abbiano il titolo giusto per svolgere il loro lavoro quotidiano?
Forse qualcosa andrebbe rivisto, forse qualcuno dovrebbe assumersi finalmente qualche responsabilità, forse “il politico di turno” dovrebbe comprendere che per evitare tante “situazioni drammatiche” servirebbe una normativa chiara da rispettare, una punizione severa per chi non vigila laddove sarebbe indispensabile.
I numeri lasciamoli agli avvocati ma i nostri figli no, loro non possono pagare le colpe di chi, anziché tutelare i loro diritti inviolabili, si nasconde proprio dietro questi numeri perché sembra non avere la volontà di arrivare al nocciolo definitivo della questione.
Maestra Simona, forse maestra, per sempre mamma di Giorgia e Alessandro
Simona Russo
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