Viterbo – “Sono stato truffato da Giuseppe Gemma de Julio”. Matteo Leporatti testimonia in aula. L’imprenditore viterbese sarebbe stato raggirato dal figlio di Dario Pasquale Gemma de Julio, libero professionista, arrestato nel 2009 nell’operazione Cayenne.
Quattordici le persone finite a processo. Oltre a Dario Gemma de Julio, il figlio Giuseppe, la moglie e altri 11 imputati. Truffa, ricettazione e falso le accuse contestate a vario titolo. Per qualcuno c’è anche il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver agevolato l’ingresso di cittadini stranieri in Italia tramite richieste di lavoro subordinato.
Nove su 14 rispondono anche di associazione a delinquere: i vertici, secondo gli inquirenti, sarebbero proprio il commercialista Gemma de Julio, il figlio e l’altro imputato Paolo Nicolò Nigrì, anche lui commercialista. Anche per Nigrì e un altro imputato, Claudio Pacchiarotti, scattò l’arresto nel 2009.
Nella rete di Gemma de Julio & Co. sarebbe finito anche l’imprenditore Leporatti, ieri chiamato a testimoniare in aula. Secondo l’accusa, nel luglio 2007 sarebbe stato truffato durante l’acquisto di una Mercedes classe B. Per la pm Paola Conti, titolare delle indagini, l’auto sarebbe stata “provento di truffa”. I Gemma de Julio, padre e figlio, avrebbero “indotto in errore Leporatti sulla provenienza lecita del mezzo” procurandosi “un ingiusto profitto consistito nell’ottenere in cambio una Mercedes classe A del valore di circa 18mila euro, più una somma in contanti di 6mila euro”. Ma ieri Leporatti ha parlato di assegno, confermando comunque di essere stato “truffato da Giuseppe Gemma de Julio” e di non conosce il padre Dario Pasquale.
L’operazione Cayenne parte da Milano, dalle denunce di un anziano ingegnere che si vedeva arrivare solleciti di pagamento per finanziamenti che non aveva mai chiesto. Il trucco, per gli investigatori, era questo: usare i documenti dei clienti dello studio di commercialisti per intestargli richieste di finanziamento per comprare macchine di grossa cilindrata. Così avrebbero raggirato sia le finanziarie che i clienti, tra cui Antonio Massa, titolare di un autosalone plurimarche sulla Cassia. Inizialmente indagato, oggi è parte civile al processo.
Tra le auto del giro anche una Jaguar e una Porsche Cayenne, da cui prese il nome il blitz della polizia culminato negli arresti del 2009. Un giro d’affari sui 100mila euro, scoperto a seguito di un’indagine fatta di appostamenti e intercettazioni. Come quella tra Dario Gemma de Julio e Nigrì in cui uno contatta l’altro dicendogli: “Sono qui con tutta la banda Bassotti”. Segno, per gli investigatori, che i rapporti erano buoni e frequenti.
Tra gli imputati, anche un carabiniere accusato di aver comunicato dati e informazioni a Dario Gemma de Julio su una macchina sospetta: il commercialista temeva di essere seguito. E in effetti l’auto che aveva intercettato era proprio una macchina di copertura della polizia.
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