Viterbo – “Il coltello usato per colpire all’addome la moglie era sul lavandino della cucina, intriso di sangue e con la lama piegata”. A svelare l’inedito particolare della lama addirittura piegata nello sferrare i colpi è stato uno degli agenti delle volanti intervenuti all’alba del 21 maggio 2016 a casa di Gianfranco Fiorita. Si è aperto così, ieri, il processo bis all’ex dentista fuggitivo. Il 58enne, oltre al processo per la memorabile fuga in Sudamerica del 2010, deve affrontare anche il giudizio immediato per lesioni personali aggravate, per le coltellate che lo scorso 21 maggio avrebbe sferrato alla convivente paraguayana 34enne. La stessa con cui è tornato in Italia dopo quattro anni di latitanza.
Per prima avrebbe dovuto essere sentita proprio la presunta vittima, ma non parla italiano, per cui il giudice Rita Cialoni l’ha dovuta congedare, invitandola a tornare a settembre, quando sarà ascoltata con un interprete di lingua spagnola. Si sono fatti capire bene, invece, un agente delle volanti e la vicina di casa, intervenuti dopo l’allarme. La donna, che a suo tempo si rifugiò nel centro antiviolenza Erinna, non si è costituita parte civile. A caldo raccontò di essere stata aggredita, accoltellata alla testa, al petto e all’addome e poi rinchiusa in uno stanzino, riuscendo infine a chiedere aiuto sanguinante a una vicina che ha dato l’allarme. Portata in ospedale, ha avuto una prognosi di 20 giorni.
Nell’appartamento della coppia al terzo piano, la polizia – come ha spiegato l’agente – ha trovato evidenti segni di colluttazione ma soprattutto tanto sangue. Sangue intriso a capelli sulla gamba di una sedia rotta. Sangue sui cocci di un vaso di vetro infilato in un sacchetto nero. Poggiato per terra uno strofinaccio insanguinato. “Sul lavandino di cucina, invece, c’era un coltello insanguinato e con la lama piegata – ha rivelato il testimone – Fiorita disse di averlo usato per difendersi dalla moglie”. Tutto repertato dalla polizia scientifica.
E’ stata invece la vicina di pianerottolo a dare l’allarme. “Quella mattina mi ha suonata agitata, teneva la mano sulla pancia e l’unica parola che ho capito, visto che non parla italiano, è stata coltello. Però ha tirato su la maglietta e fatto vedere la ferita. Poi con la mano indicava la testa, come a dire che aveva altre ferite. Mi sono fatta dare il numero della cognata, ma non era raggiungibile. Allora ho telefonato al 118”. Interrogata dal difensore Roberto Alabiso, la donna ha confermato di avere visto la presunta vittima ubriaca. “Una notte ha svegliato tutte le famiglie del palazzo, ha suonato a tutti, piagnucolava ed era ubriaca. Puzzava di alcol e aveva l’alito vinoso”.
Un documento darebbe almeno in parte ragione alla versione di Fiorita. Ovvero che avrebbe cercato di contenere le intemperanze della convivente che, ubriaca, dava in escandescenze minacciando il suicidio. Si tratta del provvedimento con cui il tribunale per i minori, durante l’estate, ha sospeso entrambi dalla potestà sui figli di 3 e 6 anni, affidandoli a una casa famiglia. “Il documento fa esplicito riferimento al ‘perdurante alcolismo della madre’ segnalato dalle assistenti sociali. Quella di Fiorita è stata solo una reazione a un momento di assolta sconsideratezza della convivente che, sotto l’effetto dell’alcol, urlava e minacciava di buttarsi dalla finestra”, spiega l’avvocato Alabiso, che alla prossima udienza ne chiederà l’acquisizione.
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