Viterbo – “L’assassinio di Aldo Moro come l’11 settembre”. Angelo Allegrini, funzionario dell’archivio di stato di Viterbo e consulente della commissione di inchiesta su Moro, racconta il giorno dell’uccisione dello statista. Il terrore, la paura e l’incertezza per il futuro dopo il 9 maggio 1978.
Nell’aula della corte d’assise del tribunale di Viterbo, Allegrini ricorda come “a quasi trentanove anni dal tragico evento, il caso Moro sia ancora attuale. Appresa la notizia dell’uccisione – dice -, siamo rimasti tutti sgomenti. Siamo usciti da scuola e andati nella sede del partito comunista in via Marconi. Dovevamo organizzare lo sciopero per il giorno dopo. Abbiamo scritto il manifesto in un clima di paura, dovuto all’incertezza di quello che sarebbe potuto accadere. Un clima di paura come quello dell’11 settembre del 2001. La stessa incertezza di quel giorno, quella del futuro.
Moro – conclude Allegrini – non è stato rapito e ucciso perché segretario e presidente della Democrazia Cristiana ma come l’attore avanzato, il più grande interprete di una stagione di riforme che avrebbero portato l’Italia a un livello migliore, superiore”.
Il convegno, organizzato dalla camera penale di Viterbo, è stato moderato dall’avvocato Carlo Mezzetti. Al suo fianco il sostituto procuratore Massimiliano Siddi, anche lui consulente della commissione di inchiesta su Moro. Siddi ha parlato della natura giuridica della commissione. “La sua finalità – ha detto il pm – è quella di indagare su fatti di interesse per il parlamento”.
Ad aprire e a introdurre il convegno “Il caso Moro, profili processuali tra commissione parlamentare d’inchiesta e documenti di archivio”, il presidente della camera penale di Viterbo Mirko Bandiera e il presidente dell’ordine degli avvocati Luigi Sini.
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